SFIDE E OPPORTUNITÀ’ FUORI DALL’ACQUA: il NUOTO ai tempi del CORONA VIRUS

Per riprendere a nuotare dopo il coronavirus dobbiamo partire dal presente, perché “ogni viaggio comincia da vicino”.
I nuotatori hanno un indiscutibile punto di forza nella capacità, pressoché innata, di tollerare elevati livelli di introversione e solitudine, riuscendo a rimanere immersi a lungo in un liquido e affrontando livelli di sforzo prolungati quanto intensi.
Possiedono però una grande criticità sport-specifica: hanno bisogno di un dialogo ininterrotto con le sensazioni acquatiche, devono cioè poter rifornire la propria senso-percezione attraverso la “magia” del galleggiamento, della spinta e dello scivolamento; in un momento come quello che stiamo attraversando, l’inaccessibilità agli impianti costituisce per i nuotatori un limite che devono riuscire a gestire, senza peraltro potersi avvalere di esperienze passate di tale portata.

Essere “fuori” dall’acqua, mina in alcuni casi la sensazione di “efficacia” dell’atleta, finendo per destabilizzare la sua sicurezza agonistica e il contatto con le proprie capacità .
Il ritmo della routine quotidiana risulta ampiamente alterato e, paradossalmente, il poter disporre di un tempo più dilatato, risulta talvolta disadattivo per il nuotatore agonista, fin troppo abituato ad affrontare giornate serrate, senza tempi residui.

Il cambio di ritmo va gestito, ma molti atleti non si sono mai trovati di fronte ad un simile compito e si sentono “disattivati”, se non proprio demotivati .
Ai tempi del coronavirus, il microcosmo agonistico deve probabilmente arrendersi ed accettare di far parte del “tutto”, in una sorta di inevitabile partecipazione alla vulnerabilità collettiva.

La consapevolezza di ciò che sta avvenendo , va ben al di là del bordo vasca e disallinea l’assetto mentale ed emozionale dell’atleta, che fatica così a ri-organizzare la propria interiorità, oltre che la propria routine, toccato da pensieri ed emozioni che potrebbero trovarlo impreparato e talvolta spaventato . Anche il forte “individualismo”di una disciplina come quella natatoria , potrebbe non avere “allenato” a sufficienza la tenuta psicologica dell’atleta adolescente, che si trova ad aver perso, in periodi come questo ,ogni possibilità di contatto “in vivo”con i compagni, con l’allenatore e con la squadra.

Il supporto, l’affettività , la visibilità sociale, il rispecchiamento reciproco e il riconoscimento, intesi come imprescindibili fattori evolutivi e motivazionali dell’atleta, risultano attualmente quasi inaccessibili, amplificando talvolta una potenziale sensazione di “esclusione affettiva”, oltreché agonistica in molti ragazzi .
Credo che mai come ora, atleti e allenatori, possano cercare di trasformare il limite in possibilità : perché sappiamo che ogni esperienza , anche quelle che non avremmo mai voluto fare, può generare apprendimenti inaspettati; ogni sfida contiene infatti l’embrione di una potenziale opportunità .

Diventare artefici di routine stra-ordinarie e innovative, centrate su ciò che gli atleti “possono fare” e non cristallizzate su ciò che è impossibile fare , lascia spazio alla FATTIBILITÀ e alla creatività: scoprire routine e pratiche quotidiane che potranno aiutare gli atleti a migliorare la consapevolezza di sé , arricchendo la loro capacità di ascoltarsi senza giudizio, potrà diventare un vero e proprio punto di forza alla ripresa delle attività agonistica; alcune pratiche legate all’osservazione dei propri stati mentali ed emozionali, giorno per giorno, regolarmente appuntati in un diario emozionale, potranno favorire la consapevolezza dell’atleta nei confronti delle proprie personali modalità di gestione degli eventi ; inoltre , la capacità di elaborare piani personali “costruttivi”, in un momento in continua trasformazione, potrà costituire un ottimo allenamento per gestire lo “svantaggio” in gara e ancora , dedicare un piccolo spazio della giornata a pratiche di rilassamento e integrazione psicofisica, potrà tornare estremamente utile in prossimità delle gare e in camera di chiamata.

Ma c’è un aspetto che forse più di ogni altro potrà essere propulsivo e supportivo nel momento della ripresa della attività: l’allenamento alla autentica relazionalità tra allenatori e atleti ; in una fase che mette così a dura prova la relazione allenatore-atleta, sarà proprio una diffusa e intenzionale RELAZIONALITÀ a costituire l’antidoto .
Una comunicazione orientata e condivisa, capace di riconoscere le singole individualità dei ragazzi e i loro differenti bisogni, faciliterà il rapporto e l’espressione delle emozioni reciproche e favorirà una sana alleanza di lavoro da spendere in allenamenti e gare. La condivisione delle reciproche vulnerabilità, con fiducia e accettazione incondizionata, potrà favorire e nutrire il terreno della ripresa, perché nulla è più potente di un allenatore responsabilmente umano e capace di gestire l’emergenza “emozionale” che attraversa i propri atleti.
Credo che sentirsi autenticamente accolti dal proprio allenatore, a prescindere dalla forma fisica che tanto preoccupa i ragazzi, possa essere parte di un nuovo “inizio”, da gestire con la stessa CURA , che tutti gli “esordi” importanti meritano, accompagnata da quel RITMO calmo e bilanciato, che solo gli adulti competenti e fiduciosi riescono a trasmettere.
Il resto sarà una scoperta.

(Monica Vallarin, Psicologa dello Sport ed ex atleta – 4/4/2020)

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LO STATO DI FLUSSO, QUESTO SCONOSCIUTO

Molti atleti non ne hanno ancora fatto esperienza e provano ad immaginarlo, talvolta ne sentono parlare, ma non sanno come “entrare” in quella condizione straordinaria chiamata “flow”, per noi “stato di flusso”.

Si tratta fondamentalmente di uno stato PSICO-FISICO estremamente armonico ed integrato, in cui il triangolo MENTE-CORPO-EMOZIONE dialoga in modo chiaro e convergente in prossimità e durante la GARA, ma più ampiamente di un COMPITO che prevede l’attivazione delle proprie CAPACITÀ MENTALI, FISICHE ed EMOZIONALI per il PERSEGUIMENTO di un OBIETTIVO sentito come SOSTENIBILE e SIGNIFICATIVO per l’atleta.

Nello STATO DI FLUSSO l’atleta riesce a REGOLARE la propria ATTENZIONE in modo funzionale alla GESTIONE degli stimoli nel qui-ed-ora della situazione, riuscendo a restringere o ad ampliare il proprio FOCUS ATTENTIVO in modo da tenere nel campo di COSCIENZA solo ciò che È’ UTILE e “sorvolando” aspetti potenzialmente minacciosi, interferenti e non modificabili.

Gli ALLEATI di questa condizione interna sono una buona CONSAPEVOLEZZA dei propri PUNTI DI FORZA, una PERCEZIONE dell’evento GARA come di una situazione in cui SPERIMENTARSI e non come un processo “TUTTO-o-NULLA” in cui il paradigma VINCERE-PERDERE, RIUSCIRE -FALLIRE offre DUE sole POSSIBILITÀ ; in tal senso, mettersi in gioco in una situazione PERCEPITA come ricca di OPPORTUNITÀ , aiuta l’atleta ad attivare un’attitudine mentalmente FLESSIBILE, emotivamente AUTO-SUPPORTIVA e FISICAMENTE disponibile allo SFORZO senza riserve o CONVINZIONI LIMITANTI rispetto alla propria tenuta .

Naturalmente, la FIDUCIA INTERNA, la QUALITÀ delle ASPETTATIVE ESTERNE (allenatori, genitori e compagni) e il CLIMA SITUAZIONALE (interno ed esterno) in cui l’evento GARA ha luogo, può facilitare o inibire l’entrata nello stato di FLUSSO ed è per questo che la qualità delle COMUNICAZIONI e delle relazioni dovrebbe essere ORIENTATA (perché consapevole) e RISPETTOSA (perché facilitante), del PRE GARA dell’ATLETA.

Il DIALOGO INTERIORE, le parole che l’atleta stesso si dice, riveste un ruolo determinante per entrare nello stato di flusso, ma funziona solo se autenticamente “ancorato” e capace di decomprimere ed allineare mente ed emozione.

Ogni atleta può quindi “nutrire” il proprio scenario interiore e predisporsi allo STATO di massima CONNESSIONE, i cui ingredienti alchemici sono i seguenti: MENTE, solo quanto serve, ISTINTO ed EMOZIONE, che danzano all’unisono e il CORPO, che mette in azione il programma motorio con un’interpretazione sublime e talvolta inaspettata.

Non c’è da stupirsi se l’atleta NON RICORDERÀ i dettagli di ciò che ha appena realizzato, ma continuerà a dire che è stato inspiegabilmente FACILE, con un senso di vaga DISPERCEZIONE spazio-temporale: lo stato di flusso assomiglia infatti ad una magia che avvolge e protegge l’atleta dalle percezioni minacciose e lo mette al centro di una REALTÀ “desiderata”, da poter costruire più che controllare.

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IL CAMBIO DI PROSPETTIVA DURANTE LA GARA

 

L’atleta in gara percepisce la realtà in modo altamente “individualizzato”: il vantaggio, il testa a testa e lo svantaggio, non risultano quindi situazioni uguali per tutti , ma condizioni temporanee che evocano nell’interiorità dell’atleta EMOZIONI-PENSIERI-PREVISIONI-REAZIONI diverse , fondate sul vissuto del momento e sulla qualità del rapporto che, ciò che sta succedendo nel qui-ed-ora , tesse con l’esperienza passata .

Per ogni atleta, alcune EMOZIONI risultano fisiologicamente più difficili da gestire, proprio perché depotenzianti , inibenti e talvolta ancorate ad una memoria “negativa” di un evento passato .
Come sappiamo, l’unico momento in cui l’atleta può cercare di attuare un cambiamento o attivare una reazione, è’ il momento PRESENTE , “il passato è passato e il futuro non c’è ancora”.

Una volta identificata la reazione emotiva SOGGETTIVA , connessa ad una situazione “sensibile” in gara ( vantaggio-svantaggio-testa -a-testa, fatica muscolare, errore tecnico, errore tattico , etc.) , l’atleta può consapevolmente RI-SIGNIFICARE l’evento stesso ( probabile o temuto) e attivare una sorta di RISTRUTTURAZIONE COGNITIVA; a questo proposito l’atleta può per esempio farsi alcune DOMANDE STIMOLO, utili per il cambiamento di prospettiva, ad esempio :

  • “Da quali altri punti di vista potrei guardare quella possibile situazione ? “
  • Quale opportunità c’è in serbo per me in quella situazione così bloccante che vorrei evitare?”
  • ”Cosa potrei fare e pensare di diverso per gestire quell’emozione ?”
  • ”Se quel momento fosse una palestra, cosa potrei imparare ? “
  • ”Cosa mi serve CREDERE della mia capacità di gestire quella situazione?”

Questo processo di ristrutturazione cognitiva , soprattutto se coadiuvato dall’allenatore nella comunicazione “consapevole” e “orientata” con l’atleta, può generare, nel tempo, una nuova PERCEZIONE che riuscirà ad attivare innovative e favorevoli modalità di GESTIONE di GARA.

Un atleta capace di riconoscere, accogliere e gestire le l’emozioni e di dialogare proficuamente con la propria mente , non ha bisogno di fare PREVISIONI , perché riesce a darsi il permesso di CREARE ATTIVAMENTE , per quanto possibile , la REALTÀ DESIDERATA.

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“ECCELLENTE O ESIGENTE: PAROLE CHE APRONO POSSIBILITÁ”

Anche nello sport, ci sono momenti in cui il “COME” sovrasta indiscutibilmente il “COSA” e la comunicazione allenatore-atleta è certamente uno di quelli. Quando l’atleta è in prossimità del proprio limite fisico, quando l’energia comincia a scarseggiare e la fatica muscolare a togliere lucidità, quando nonostante l’impegno non si raggiunge il risultato atteso, allora le PAROLE non possono essere casuali, né quelle che l’allenatore dice all’atleta, né tanto meno quelle che l’atleta (in quello che viene chiamato “dialogo interno”) dice a se stesso.

Uno slogan recita: “sappi cosa dire, le parole verranno”: di fatto il FOCUS comunicativo è determinante per produrre l’effetto desiderato (ad esempio, la capacità di reagire, di spostare l’attenzione o di gestire un’emozione imprevista); a tal fine l’ALLENATORE dovrebbe essere “orientato” e consapevole dello stato di RICETTIVITÀ dell’atleta, prevedendo le possibili ricadute della comunicazione sul suo stato psicofisico, in relazione al compito specifico e alla sua personalità. Ma sappiamo anche che la PROSPETTIVA dalla quale prende vita la comunicazione VERBALE dell’allenatore, ha le sue radici nel sistema di valori e di convinzioni interiori e deve fare i conti, nel bene e nel male, con le sue esperienze passate.

Un tipo di approccio che definiremo “ESIGENTE”, risulta spesso incapsulato in un sistema di CONVINZIONI “limitanti” o fortemente ideologiche, capaci di generare nell’atleta stati di tensione ed ansia anticipatoria; in questi casi l’allenatore rischia di perdere la SINTONIZZAZIONE con l’atleta, “cristallizzando” la relazione fino a renderla sterile, proprio quando vorrebbe riuscire a generare calma, contenimento e disponibilità alla messa in gioco agonistica.

Quando l’attenzione è polarizzata solo su “ciò che ancora manca”, (elemento che caratterizza l’approccio “esigente”), come può l’atleta dispiegare fiduciosamente le proprie risorse del momento?

Rischierà di venir risucchiato in un vortice di ASPETTATIVE “ideali” che cercherà disperatamente di NON DELUDERE.

Affrontare una gara o un allenamento, con l’unico obiettivo di “non deludere”, risulta, nel migliore dei casi, fuorviante e rischia di attivare nell’atleta la paura di perdere la stima e l’attenzione del proprio allenatore in caso di insuccesso.

In questi casi, le possibilità di rielaborazione degli eventi agonistici (soprattutto degli insuccessi) è piuttosto bassa e fondamentalmente basata su comunicazioni “ipercritiche”, se non proprio squalificanti, che l’atleta rischierà di interiorizzare sotto forma di dialogo interno “negativo”, come sappiamo tutt’altro che propulsivo.

Non sorprende quindi che l’approccio “esigente” generi ANSIETÀ e un senso generalizzato di allerta, capace di inibire la FLESSIBILITÀ COGNITIVA e STRATEGICA dell’atleta che rischierà di reiterare meccanicamente le stesse modalità di gestione degli eventi, in modo apparentemente “ostinato”, senza più riuscire a dialogare con se stesso e con quello che lo circonda.

Quando invece allenatore e atleta condividono una prospettiva centrata sull’ECCELLENZA (capace cioè di riconoscere e valorizzare reciprocamente “ciò che è stato fatto” attraverso l’impegno congiunto di ognuno), riescono a fronteggiare non solo i successi, ma anche gli insuccessi, poiché orientano sapientemente la propria attenzione alla ricerca di “ciò che ha funzionato” ; si “allenano” a farlo anche in allenamenti e gare difficili, in cui l’atleta si è confrontato con sfide impreviste, carichi di lavoro intensi o situazioni emozionali bloccanti .

Un allineamento allenatore-atleta sul principio di “eccellenza”, potenzia la perseveranza, nutre la fiducia reciproca, riduce l’ansia e favorisce la sintonizzazione in ogni situazione, promuovendo la disponibilità ad apprendere dall’esperienza in modo costruttivo e creativo.

L’approccio ECCELLENTE favorisce un’attenta analisi dei momenti agonistici salienti, potenzia l’utilizzo di FEEDBACK VERBALI specifici e non giudicanti, genera FIDUCIA interna ed esterna e PROTEGGE dalla caduta motivazionale, proprio perché è capace di riconoscere incondizionatamente l’impegno.

Nell’AGONISMO maturo, Individuare i propri PRINCIPI GUIDA, è una pratica di consapevolezza che allenatori e atleti non dovrebbero delegare, a meno che non decidano di concedere ad altri l’irrinunciabile esercizio della propria responsabilità formativa ed umana.

 

 

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LA STAFFETTA COME ESPERIENZA INTERIORE

"LA STAFFETTA COME ESPERIENZA INTERIORE"
(Monica Vallarin, ex atleta-autobiografia sportiva, settembre 2019)
I nuotatori lo sanno bene, ognuno a suo modo, nuotare in staffetta è spesso un’esperienza straordinaria. Da atleta mi bastava che l’allenatore pronunciasse il temutissimo nome, per sentire una sorta di ansietà pervadere ogni parte del corpo, se avessi potuto scegliere, ne avrei fatto volentieri a meno. 
Il peso di quella responsabilità condivisa era troppo per me, avrei preferito rischiare da sola, mi sarebbe sembrato molto più sopportabile .
La timida consapevolezza delle mie giovani capacità non mi dava sufficienti garanzie di riuscita e la sola idea di provocare uno svantaggio alle altre, mi destabilizzava; in mezzo a tutti i miei compagni di squadra che, euforici e adrenalinici, si incitavano senza tregua, mi sentivo diversa e, se ci penso bene, un po’ sola.
Quella da reclutare, quella da raggiungere, senza saperlo, ero io o almeno quella parte di me che non avrebbe voluto coinvolgersi in una simile esperienza, il resto sarebbe stato inevitabilmente una conseguenza.
A guardar bene, nella mia attività agonistica, ho fatte innumerevoli staffette, quasi sempre in ultima frazione, tipicamente destinata al recupero di un ipotetico temibile svantaggio.
Nel tempo ho addomesticato l’ansia primordiale, spesso condividendola con la prima frazionista, ma questo ruolo forzatamente protagonistico in verità non mi e’ mai piaciuto; un ruolo che rischiava, nel bene o nel male, di accentrare tutta l’attenzione su di me.
Il senso di responsabilità a cui peraltro cercavo di rispondere, sovrastava sempre l’irraggiungibile divertimento; devo ammetterlo, a parte rare eccezioni l’ho sempre vissuta come un’esperienza vincolante e fortemente esposta al giudizio degli altri, paradossalmente assai più delle gare individuali.
Però ero velocissima, capace di ottimi cambi e determinata nella gestione dello svantaggio e questo, dal punto di vista degli allenatori, bastava.
C’e’stata una volta pero, in cui tutto è stato facile, fluido e vorrei dire spaventosamente attivante: parlo dell’eliminatoria e della finale della 4x100 mista alle Olimpiadi di Mosca 1980, frazione a stile libero. Doppio record italiano nello stesso giorno, quinto posto in finale, ma soprattutto un’intesa perfetta con le compagne di staffetta.
A 15 anni, per fronteggiare l’impatto emotivo di un’Olimpiade, la staffetta è stata una salvezza.
Alla maestosità delle tribune della piscina, alla mia percezione di inesperienza in quel contesto cosi’ prestigioso e al battere incontrollabile del mio cuore fino ai blocchi di partenza, ho potuto resistere perché ho avuto qualcuno vicino a me, qualcuno che, in modo quasi sincrono, seppur stilisticamente diverso, avrebbe fatto la propria parte perseguendo un obiettivo comune che, senza essercelo detto, siamo riuscite magicamente a raggiungere.
Laura, Sabrina, Cinzia: grazie!
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4 MINACCE NEL RAPPORTO ALLENATORE- PSICOLOGO DELLO SPORT

L’alleanza tra le parti non è scontata, non è fisiologica e non è implicita.  La fiducia va costruita, le competenze condivise. Ancora troppo spesso la psicologia dello sport fa fatica a farsi capire dagli allenatori e perde importanti opportunità per mettere a disposizione le proprie risorse nella riuscita agonistica così come nella promozione del benessere psico fisico degli atleti e dei loro staff.

Una prima minaccia al raggiungimento di una solida alleanza di lavoro risiede nell’immagine che spesso lo psicologo dello sport finisce per alimentare: quella di un “esperto” che procede in modo “blindato”, quasi occulto nel lavoro con gli atleti, senza lasciare traccia di ciò che ha compreso e delle aree su cui sta lavorando, finendo per annullare qualsiasi apprendimento da parte del sistema allenatore-atleta, invece di favorire l’autonomia relazionale ed emotiva di entrambi.

Molti allenatori, soprattutto quelli che non hanno mai sperimentato il lavoro “congiunto” con uno psicologo dello sport o peggio ancora, ne sono stati delusi o prevaricati professionalmente, possono esprimere notevoli resistenze alla sola idea di un futuro contatto, percependo la legittima preoccupazione per una potenziale perdita di territorio o per il timore di un giudizio eccessivamente critico sulle proprie modalità di gestione dell’atleta e della squadra.

Altri allenatori invece, disposti potenzialmente a delegare “completamente” la gestione degli aspetti mentali ed emozionali allo psicologo dello sport, hanno la convinzione che, una tale misura d’urgenza, vada fatta solo quando tutte le altre strade siano già risultate infruttuose; finendo quindi per incrementare l’iniziale criticità e farla diventare, nel tempo, un cronico problema, ben più radicato di quello iniziale. A questo punto, secondo un meccanismo “tutto o nulla”, lo psicologo sportivo, investito di aspettative salvifiche e risolutorie, rischierà di vedersi attribuito il merito dell’uscita dalla crisi dell’atleta, senza invece poterlo CONDIVIDERE, legittimamente, secondo un piano tripartito: con atleta e allenatore, sin dall’inizio.

Troppo spesso come Psicologi dello Sport , ci aspettiamo che gli allenatori ci diano fiducia incondizionata e si aprano al lavoro interdisciplinare senza tener conto della loro esperienza e della loro visione ; molto spesso non riusciamo a far cultura psicologica sportiva e a rendere il nostro ambito applicativo , chiaro e condiviso , divulgando e raccontando i nostri apprendimenti , invece di aspettarci un riconoscimento implicito delle nostre professionalità , che ancora una volta ,rischiamo di tener criptate nei nostri studi . Permettere in nuovi modi, agli allenatori, di FARE ESPERIENZA DI NOI E CON NOI, penso sarebbe il primo passo per far crescere LA FIDUCIA E LA COLLABORAZIONE e perché no, i risultati.

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LETTERA MAI SCRITTA AL MIO ULTIMO ALLENATORE

Le scrivo perché forse c’è qualcosa che non è stato detto e che si e’ incastrato da qualche parte dentro di me: il modo in cui abbiamo concluso la nostra interazione in qualità io di atleta e lei di allenatore, ha qualcosa di tristemente sorprendente. Premesso che non mi sono mai pentita di aver smesso, come mi capita spesso di dire , visto che e’ l’unica cosa che sono riuscita  a fare dato il mio livello di sfiducia emotiva e il profondo senso di inadeguatezza al compito e al ruolo di futura probabile olimpica, voglio però condividere con lei alcune sensazioni che mi hanno per molti anni attanagliato .

Ho impiegato molto tempo a ricostruire un’immagine di me di valore, a ricostruire un dialogo interno che non parlasse solo di nuoto, del nuoto, del “mio” nuoto, da cui mi sono congedata irreparabilmente proprio quando tutti, e anche lei, mi dicevano di continuare; mi sono sentita profondamente sola nel momento di quello che allora definivo un “fallimento”, un momento in cui dopo tanto impegno e tanta fatica fisica e psicologica non sono riuscita a raggiungere due tra i  più importanti obiettivi della mia breve e intensa carriera di nuotatrice: i campionati mondiali e la seconda Olimpiade, quella dell’agonismo maturo.

Non mi è bastata la sua competenza tecnica, né i lavori “su misura” durante il devastante anno in California, per avvicinarmi ad un sogno, senza capire che sarebbe stato il rimanere a portarmi lontano .

Non ricordo la sua posizione in relazione alla mia partenza per gli stati Uniti, ma forse , se penso che nemmeno i miei genitori avevano provato a dire la loro riguardo agli otto mesi all’estero, comprendo che non sia stato facile per nessuno addossarsi la responsabilità del trattenermi .

Non vuole essere un rimprovero, solo uno sfogo o forse una riflessione introspettiva sulla mia natura, a quel tempo, sfidante e alla perenne ricerca di un limite da varcare, di un tempo da migliorare; sapevo che la partenza mi avrebbe condannato ad una sorta di esilio relazionale e ad una deprivazione affettiva; forse volevo solo mettere alla prova la mia supposta onnipotenza, oltre alla mia tenuta agonistica .

Non  ho memoria di una nostra comunicazione in quegli otto mesi e mezzo e questo qualcosa  vorrà dire: io l’ho esclusa dal mio campo di coscienza, io mi sono sentita esclusa dal suo .

Tutto sommato forse siamo stati più allineati di quello che abbiamo pensato .

Ho tacitamente lasciato che il silenzio riempisse il vuoto geografico ed esistenziale che non riuscivo ad arginare, ma ho sempre desiderato tornare : la mancanza della mia squadra, della mia famiglia, del mio primo amore da adolescente è stato dilaniante, ma non sono riuscita a darmi il permesso di farlo, scambiando l’ascolto dei miei bisogni più profondi per una debolezza.

Non credo che adattarsi al distacco sia una questione di grinta, penso che si tratti piuttosto di un complesso esercizio di adattamento emotivo che mette alla prova la fiducia interna e la capacità di essere presenti a se stessi prima di tutto ; non sono certa della sua comprensione e nemmeno della sua stima, passata e presente, ma voglio che lei sappia che ho potuto andare oltre tutto questo e che, in caso lo abbia fatto, non dovrà rimproverarsi più nulla in merito alla mia interruzione agonistica.

Sono qui per dirle che per troppo tempo le ho attribuito parte di questa responsabilità e non le nascondo che lo scambio di alcune gelide frasi di congedo risuonano ancora dolorosamente dentro di me , ma nello stesso tempo voglio dirle che sono riuscita a vedere oltre tutte le parole non dette, di cui peraltro avrei avuto  molto bisogno , una sua impossibilità e non una punizione.

Spero che questo mio scritto possa restituirle parte del valore che il nostro rapporto, allenatore-atleta, ha indiscutibilmente avuto nella mia e forse nella sua carriera agonistica.

Monica Vallarin

 

 

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IL TALENTO E I SUOI ALLEATI

Pensarlo come un processo “tutto-o-nulla” sarebbe indubbiamente una pericolosa semplificazione, visto che l’espressione del TALENTO ha bisogno di MOLTE OPPORTUNITÀ per trovare la forza e il CORAGGIO di esprimersi: in casi del genere AUMENTARE IL NUMERO delle OPZIONI di RIUSCITA e’ uno STRATAGEMMA assai potente, (per ex . frazionando l’obiettivo in più tappe, sperimentandosi in gare diverse, gestendo le “proprie” gare in modo diverso, utilizzando tutte le gare per “allenare” nuove abilità).
Il talento ha bisogno di TEMPO, di un TEMPO UTILE E SIGNIFICATIVO da un punto di vista SOGGETTIVO e non solo OGGETTIVO.
L’atleta per esprimersi deve poter PERCEPIRE il TEMPO come ALLEATO e non come una minaccia, la PERSEVERANZA nutre il TALENTO e lo MANTIENE, offrendo ulteriori opportunità.
L’espressione del talento ha bisogno di una RETE CHE SOSTIENE: performare significa anche ESPORSI al giudizio, alle opinioni degli ALTRI e alle loro ASPETTATIVE: percepire che il tuo ENTOURAGE ACCOGLIE, ANALIZZA DESCRITTIVAMENTE e VALORIZZA con te il tuo RISULTATO e il tuo IMPEGNO, costituisce indubbiamente un FATTORE PROTETTIVO.
E infine uno dei fattori più critici, la CONVINZIONE: “CREDERE PER VEDERE”(e non VEDERE PER CREDERE!) nel caso del talento, aiuta la fiducia, favorisce la MESSA IN GIOCO dell’atleta e aiuta a COSTRUIRE GRADUALMENTE la REALTÀ DESIDERATA. Quando ALLENATORE e ATLETA sono sintonizzati su questo livello, calmi ma fiduciosi, senza la percezione di DOVER DIMOSTRARE agli altri, allora il TALENTO, frutto della sinergia e dell’impegno di molti, si LIBERA SENZA RISERVE.
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LETTERA AL MIO UNICO ALLENATORE

Caro Enrico, ti scrivo per ringraziarti dell’insegnamento che mi hai dato: all’inizio mi hai fatto comprendere come l’autorevolezza nella relazione con l’altro, abbia le sue radici nell’autentico intento di dare, di darsi; mi hai fatto capire che il livello di confidenza e di apertura reciproca, tra un adulto e un’ atleta adolescente, debba essere gestito e modulato in una sorta di progressione armonica, ben diversa da un pericoloso meccanismo tutto-o-nulla.
A pensarci bene, abbiamo impiegato più di trent’anni affinché, darti del “tu”, potesse essere un’opportunità e non una minaccia; mi hai insegnato che per credere incondizionatamente in un obiettivo, non si può essere da soli, nemmeno in uno sport spietatamente individuale come il nuoto. Mi hai fatto capire che le aspettative degli altri vanno gestite emozionalmente e non vanno sottoscritti “mandati” agonistici che non condividiamo; mi hai insegnato che ci va tempo per sincronizzare mente ed emozione, proprio come facevamo prima di ogni gara: non era solo ciò che mi dicevi, ma soprattutto “come” me lo dicevi e in quale preciso momento, in una sorta di rituale relazionale in cui finivamo per credere possibile ciò che avevamo preparato negli allenamenti. Io ero l’esecutrice in acqua, ma l’ideazione e la strategia era congiunta e ben ancorata al nostro impegno quotidiano.
Grazie per aver creduto in me a prescindere dai risultati cronometrici del momento, ma la cosa per la quale forse ti devo ringraziare maggiormente e’ di avermi perdonata per essermene andata, per aver cambiato società senza aver avuto il coraggio di condividere con te una scelta, che come sai, è stata conflittuale, anche se agonisticamente generativa; una scelta in cui, nel bene e nel male, ho dovuto imparare a fare senza la tua autorevole umanità, permanentemente, da sempre, con me.
Monica

 

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4 MINACCE NEL RAPPORTO ALLENATORE- PSICOLOGO DELLO SPORT

L’alleanza tra le parti non è scontata, non è fisiologica e non è implicita. La fiducia va costruita, le competenze condivise. Ancora troppo spesso la psicologia dello sport fa fatica a farsi capire dagli allenatori e perde importanti opportunità per mettere a disposizione le proprie risorse nella riuscita agonistica così come nella promozione del benessere psico fisico degli atleti e dei loro staff.

  1. Una prima minaccia al raggiungimento di una solida alleanza di lavoro risiede nell’immagine che spesso lo psicologo dello sport finisce per alimentare: quella di un “esperto” che procede in modo “blindato”, quasi occulto nel lavoro con gli atleti, senza lasciare traccia di ciò che ha compreso e delle aree su cui sta lavorando, finendo per annullare qualsiasi apprendimento da parte del sistema allenatore-atleta, invece di favorire l’autonomia relazionale ed emotiva di entrambi.
  2. Molti allenatori, soprattutto quelli che non hanno mai sperimentato il lavoro “congiunto” con uno psicologo dello sport o peggio ancora, ne sono stati delusi o prevaricati professionalmente, possono esprimere notevoli resistenze alla sola idea di un futuro contatto, percependo la legittima preoccupazione per una potenziale perdita di territorio o per il timore di un giudizio eccessivamente critico sulle proprie modalità di gestione dell’atleta e della squadra.
  3. Altri allenatori invece, disposti potenzialmente a delegare “completamente” la gestione degli aspetti mentali ed emozionali allo psicologo dello sport, hanno la convinzione che, una tale misura d’urgenza, vada fatta solo quando tutte le altre strade siano già risultate infruttuose; finendo quindi per incrementare l’iniziale criticità e farla diventare, nel tempo, un cronico problema, ben più radicato di quello iniziale. A questo punto, secondo un meccanismo “tutto o nulla”, lo psicologo sportivo, investito di aspettative salvifiche e risolutorie, rischierà di vedersi attribuito il merito dell’uscita dalla crisi dell’atleta, senza invece poterlo CONDIVIDERE, legittimamente, secondo un piano tripartito: con atleta e allenatore, sin dall’inizio.
  4. Troppo spesso come Psicologi dello Sport , ci aspettiamo che gli allenatori ci diano fiducia incondizionata e si aprano al lavoro interdisciplinare senza tener conto della loro esperienza e della loro visione ; molto spesso non riusciamo a far cultura psicologica sportiva e a rendere il nostro ambito applicativo , chiaro e condiviso , divulgando e raccontando i nostri apprendimenti , invece di aspettarci un riconoscimento implicito delle nostre professionalità , che ancora una volta ,rischiamo di tener criptate nei nostri studi . Permettere in nuovi modi, agli allenatori, di FARE ESPERIENZA DI NOI E CON NOI, penso sarebbe il primo passo per far crescere LA FIDUCIA E LA COLLABORAZIONE e perché no, i risultati.

(Monica Vallarin, psicologa dello sport ed ex atleta)

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