LETTERA AL MIO UNICO ALLENATORE

Caro Enrico, ti scrivo per ringraziarti dell’insegnamento che mi hai dato: all’inizio mi hai fatto comprendere come l’autorevolezza nella relazione con l’altro, abbia le sue radici nell’autentico intento di dare, di darsi; mi hai fatto capire che il livello di confidenza e di apertura reciproca, tra un adulto e un’ atleta adolescente, debba essere gestito e modulato in una sorta di progressione armonica, ben diversa da un pericoloso meccanismo tutto-o-nulla.
A pensarci bene, abbiamo impiegato più di trent’anni affinché, darti del “tu”, potesse essere un’opportunità e non una minaccia; mi hai insegnato che per credere incondizionatamente in un obiettivo, non si può essere da soli, nemmeno in uno sport spietatamente individuale come il nuoto. Mi hai fatto capire che le aspettative degli altri vanno gestite emozionalmente e non vanno sottoscritti “mandati” agonistici che non condividiamo; mi hai insegnato che ci va tempo per sincronizzare mente ed emozione, proprio come facevamo prima di ogni gara: non era solo ciò che mi dicevi, ma soprattutto “come” me lo dicevi e in quale preciso momento, in una sorta di rituale relazionale in cui finivamo per credere possibile ciò che avevamo preparato negli allenamenti. Io ero l’esecutrice in acqua, ma l’ideazione e la strategia era congiunta e ben ancorata al nostro impegno quotidiano.
Grazie per aver creduto in me a prescindere dai risultati cronometrici del momento, ma la cosa per la quale forse ti devo ringraziare maggiormente e’ di avermi perdonata per essermene andata, per aver cambiato società senza aver avuto il coraggio di condividere con te una scelta, che come sai, è stata conflittuale, anche se agonisticamente generativa; una scelta in cui, nel bene e nel male, ho dovuto imparare a fare senza la tua autorevole umanità, permanentemente, da sempre, con me.
Monica

 

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4 MINACCE NEL RAPPORTO ALLENATORE- PSICOLOGO DELLO SPORT

L’alleanza tra le parti non è scontata, non è fisiologica e non è implicita. La fiducia va costruita, le competenze condivise. Ancora troppo spesso la psicologia dello sport fa fatica a farsi capire dagli allenatori e perde importanti opportunità per mettere a disposizione le proprie risorse nella riuscita agonistica così come nella promozione del benessere psico fisico degli atleti e dei loro staff.

  1. Una prima minaccia al raggiungimento di una solida alleanza di lavoro risiede nell’immagine che spesso lo psicologo dello sport finisce per alimentare: quella di un “esperto” che procede in modo “blindato”, quasi occulto nel lavoro con gli atleti, senza lasciare traccia di ciò che ha compreso e delle aree su cui sta lavorando, finendo per annullare qualsiasi apprendimento da parte del sistema allenatore-atleta, invece di favorire l’autonomia relazionale ed emotiva di entrambi.
  2. Molti allenatori, soprattutto quelli che non hanno mai sperimentato il lavoro “congiunto” con uno psicologo dello sport o peggio ancora, ne sono stati delusi o prevaricati professionalmente, possono esprimere notevoli resistenze alla sola idea di un futuro contatto, percependo la legittima preoccupazione per una potenziale perdita di territorio o per il timore di un giudizio eccessivamente critico sulle proprie modalità di gestione dell’atleta e della squadra.
  3. Altri allenatori invece, disposti potenzialmente a delegare “completamente” la gestione degli aspetti mentali ed emozionali allo psicologo dello sport, hanno la convinzione che, una tale misura d’urgenza, vada fatta solo quando tutte le altre strade siano già risultate infruttuose; finendo quindi per incrementare l’iniziale criticità e farla diventare, nel tempo, un cronico problema, ben più radicato di quello iniziale. A questo punto, secondo un meccanismo “tutto o nulla”, lo psicologo sportivo, investito di aspettative salvifiche e risolutorie, rischierà di vedersi attribuito il merito dell’uscita dalla crisi dell’atleta, senza invece poterlo CONDIVIDERE, legittimamente, secondo un piano tripartito: con atleta e allenatore, sin dall’inizio.
  4. Troppo spesso come Psicologi dello Sport , ci aspettiamo che gli allenatori ci diano fiducia incondizionata e si aprano al lavoro interdisciplinare senza tener conto della loro esperienza e della loro visione ; molto spesso non riusciamo a far cultura psicologica sportiva e a rendere il nostro ambito applicativo , chiaro e condiviso , divulgando e raccontando i nostri apprendimenti , invece di aspettarci un riconoscimento implicito delle nostre professionalità , che ancora una volta ,rischiamo di tener criptate nei nostri studi . Permettere in nuovi modi, agli allenatori, di FARE ESPERIENZA DI NOI E CON NOI, penso sarebbe il primo passo per far crescere LA FIDUCIA E LA COLLABORAZIONE e perché no, i risultati.

(Monica Vallarin, psicologa dello sport ed ex atleta)

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ASPETTI PSICOLOGICI DEL BAMBINO E ATTIVITÀ MOTORIA

Nello sviluppo evolutivo il bambino attraversa alcune fasi che hanno aspetti specifici, utili da considerare quando si propone un’attività motoria; possiamo considerare inizialmente  la personalità, come un insieme strutturato esito di fattori organici e fattori ambientali, strettamente connesso alla proposta educativa e allo stile educativo della componente genitori; da questo punto di vista il compito che gli adulti si trovano a fronteggiare è quello di adeguare le strutture ambientali presenti  a quelle che sono le funzioni nascenti del bambino e inoltre quello di esercitare le funzioni specifiche in momenti sensibili dello sviluppo. A tal fine è molto importante che lo stile educativo, detto anche pedagogico, (con cui il bambino viene educato e guidato nelle fasi precoci della sua vita) sia equilibrato e non abbia eccessi di stimolazione ma neanche deficitario e iper protettivo; questo ci introduce al concetto di “sviluppo variabile”, dove prendiamo in considerazione la possibilità che ci siano delle regressioni psicologiche ed emotive temporali, per affrontare alcuni compiti particolari come quello della separazione dalle figure di attaccamento primarie, quello dell’individuazione e quindi la riorganizzazione della propria personalità in un percorso di transizione evolutiva armonica.

Altro ambito sono i conflitti causati dalla rivalità fraterna che talvolta possono provocare gelosia e reazioni rabbiose o di perdita, così come la capacità di differire la soddisfazione dell’impulso e quello di fronteggiare l’ambivalenza emotiva, riuscendo regolare l’emozione o la pluralità di emozioni distinguendole. All’interno della relazione con le figure primarie di attaccamento possiamo spesso notare degli stili di iper protezione che potrebbero produrre un’insicurezza o una sensazione di inadeguatezza nel bambino, diventando quindi limitanti per le future esperienze; possiamo anche avere stili particolarmente autoritari che invece finiranno per determinare paura e forte ansietà, talvolta anche un ‘impasse a livello della crescita.

Gli adulti appartenenti alla cerchia extra familiare che hanno ruoli formativi e responsabilità pedagogica, come per esempio gli insegnanti, gli istruttori e gli allenatori, si trovano necessariamente a fronteggiare alcune caratteristiche tipiche dello sviluppo del bambino, quella per esempio della fascia da 0-2 anni: in cui assistiamo a un’indipendenza relativa del bambino e un’importanza rilevante del processo di attaccamento alle figure di riferimento (che devono necessariamente esercitare una funzione contenitiva). Questo è il periodo in cui generalmente esordisce il linguaggio prima in modo più rarefatto e sporadico e poi sempre più strutturato a seconda dello sviluppo individuale. In questa fase sono molto importanti i comportamenti e le relazioni gratificanti, accoglienti capaci di valorizzare e di proteggere il bambino nel suo percorso, anche di tipo motorio ma capaci allo stesso tempo di offrire e determinare la percezione del limite e quindi della sicurezza; questo può risultare particolarmente utile per la formazione dell’autostima e per la capacità di autoregolazione del bambino. 2-3 anni: possiamo assistere all’esordio di comportamenti di reciprocità con i coetanei o con le figure di riferimento; di solito in questo periodo il bambino manifesta i propri bisogni anche attraverso il linguaggio del corpo, in un’alternanza di sequenze comunicative significative sia verbali che non verbali. 3-4 anni di età: il bambino generalmente appare capace di anticipare emotivamente e cognitivamente gli eventi e di usare il linguaggio per comunicare, auto sostenersi, avere la direzione e mostrare l’interesse verso aspetti particolarmente piacevoli da un punto di vista motorio; la corporeità è sempre connessa agli aspetti emotivi e quindi al piacere dell’essere causa che unito al piacere del determinare alcuni effetti, produce un uso attivo  della corporeità e la costruzione progressiva di un’immagine di sé efficace e sicura, capace di fornire sicurezza e di alimentare l’autostima e la piacevolezza dell’esperienza.

6 anni di età: vediamo diminuire l’egocentrismo (quella caratteristica cognitiva talvolta limitante, grazie alla quale il bambino si sente al centro del mondo e agisce  e percepisce il mondo partendo da una prospettiva prettamente individuale e personale), diminuisce il livello di oppositività (quella tendenza ad opporsi alle indicazioni degli adulti, siano essi genitori che insegnanti o allenatori o istruttori di attività motorie); prosegue però anche una sorta di affermazione di sé ,in cui il pensiero percettivo è ancora unidirezionale, ma assistiamo a un incremento della memoria e dell’immaginazione, che unito al piacere motorio nei giochi più simbolici favorisce e la sperimentazione di capacità quali: mimare, recitare, drammatizzare, agire in fantasia, cambiare ruolo e far finta, tutte estremamente utili per familiarizzare con la dimensione simbolica dell’esperienza.

5-6 anni: assistiamo a un grande incremento delle spinte alla socialità, il bambino risulta capace di interesse e risulta più sensibile nei confronti dei bisogni dei coetanei, più empatico uscendo quindi da quell’egocentrismo che lo caratterizzava e questo aiuta enormemente lo sviluppo della socialità e favorisce i giochi più cooperativi e associativi, diminuendo i giochi maggiormente individuali (anche se tutto questo dipende dalle caratteristiche specifiche della personalità di ogni bambino)

7-11 anni: abbiamo il periodo della fanciullezza, in cui lo sviluppo motorio e la rapida crescita statura ponderale permette di attivare degli schemi motori di base e di coordinazione progressivamente più evoluti; in questo periodo talvolta il bambino può manifestare una sorta di squilibrio e disarmonia motoria e talvolta anche psicologica, che però è assolutamente fisiologica e che quindi avrà solo bisogno di tempo per potersi nuovamente ri-armonizzare, tenendo conto dei cambiamenti fisici e psicologici intervenuti .

8-9 anni: si ristabilisce l’equilibrio statura ponderale e il bambino (che a questo punto è un fanciullo) ritrova un equilibrio ottimale che può precede il momento della preadolescenza; in questo periodo sono molto indicati giochi motori di gruppo attraverso i quali si lavora sul rispetto delle regole condivise e attraverso i quali è possibile promuovere una sana sperimentazione delle proprie capacità, anche se generalmente può essere sconsigliato un agonismo sportivo troppo precoce ed intenso, soprattutto non sostenuto a livello pedagogico.

Le risposte a livello motorio diventano più programmabili e sono più flessibili e adattabile al contesto ambientale, momento per momento; in questo periodo assistiamo anche a un cambiamento cognitivo importante: il bambino diventa capace di elaborare segnali cerebrali in arrivo durante l’attività motoria e anche segnali di tipo cognitivo, attraverso funzioni di pensiero che diventano maggiormente reversibili e logiche, capaci di indurre e dedurre e scegliere nuove strategie.  In questo senso gli effetti si vedono anche sul gioco e sulla comprensione delle regole, nella scelta delle tattiche motorie, ma anche nel processo di comunicazione e relazione interpersonale; da un punto di vista psicologico ,attraverso l’attività motoria è possibile potenziare la contrattualità, la negoziazione all’interno del gruppo, l’adeguatezza alle regole generali, ma anche potenziare il livello di soddisfazione reciproca attraverso la pratica motoria condivisa oltre ad avere una valutazione più realistica della situazione in corso, con positivi effetti sulla formazione dell’autostima e l’adattamento. Da un punto di vista psico-emotivo, migliorare l’esperienza motoria e metterla al servizio di un’immagine positiva di sé, aiuta e favorisce esperienze di rispetto reciproco e di auto efficacia; infine sentendosi accettati da adulti significativi, relazionalmente competenti, verso i quali si prova stima e nei confronti dei quali si può provare identificazione positiva il benessere sociale e la fiducia verso se stessi e verso gli altri, non può che intensificarsi.

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ASPETTI INTRODUTTIVI DELLA COMUNICAZIONE

Il significato etimologico del termine comunicazione ha a che vedere con il “rivelare-essere collegato-significare-definire partecipare-avere in comune“; questo ci indica che la comunicazione è sempre presente nell’esperienza umana poiché tutto il comportamento è comunicazione; la comunicazione può essere intenzionale, quindi messa in atto volontariamente dall’emittente, ma anche inconsapevole (per esempio in silenzio e il rifiuto possono essere forme di comunicazione inconsapevole.

Poiché tutto è comunicazione, non esiste un non-comportamento; tutto è messaggio: anche non fare niente, non dire niente può essere considerato come una sorta di comunicazione, l’inattività e il silenzio sono potentissimi messaggi nel processo della comunicazione, allo stesso modo la qualità della presenza all’interno di una relazione o l’eventuale assenza all’interno di una comunicazione (inteso in senso fisico ma anche in termini disponibilità relazionale) sono forme di comunicazione molto rilevanti ;nello specifico per l’insegnante di yoga può essere molto utile tenere presente  la qualità della propria presenza (ma anche quella del possibile allievo); per esempio una presenza di  tipo, attivo, incoraggiante, supportivo oppure ansioso, passivo, svogliato o addirittura irritato sono modalità che possono essere esplorate attraverso il processo dell’ascolto (l’ascolto interno e esterno).

Il contesto è un elemento assai importante dal momento che arricchisce il senso del processo comunicativo in atto ed è utile quindi contestualizzare e valutare sempre il contesto all’interno del quale la comunicazione prende vita.

Per quanto riguarda la tipologia dei codici utilizzati dagli emittenti, possiamo dire che in genere gli adulti utilizzano codici più elaborati mentre in generale i bambini utilizzano codici più semplici; naturalmente su questi due aspetti è molto importante valutare le specificità senza generalizzare.

Un altro dei processi fondamentali della comunicazione viene definito distorsione della informazione: questa è una tendenza naturale all’interno delle comunicazioni umane e può avvenire sia attraverso una distorsione percettiva (dal momento che la percezione è assolutamente soggettiva e mai oggettiva visto che vediamo sempre con il attraverso “i nostri occhi”, facendo riferimento naturalmente alle “nostre esperienze” precedenti), ma può venire anche a livello delle informazioni umane che circolano e che sono generalmente, molto spesso ricche di  “ovvio” “implicito” “sottinteso”, che potrebbero non avere lo stesso significato per i per i soggetti all’interno della comunicazione e quindi generare distorsione o mancata comprensione reciproca.

Un altro elemento riguarda la posizione relazionale, all’interno della quale ci poniamo quando comunichiamo: possiamo essere emittenti o  riceventi attivi o passivi; quindi per esempio ricevere un’informazione è tutt’altro che un momento di puro ascolto passivo poiché intervengono numerose interferenze emotive consapevoli e inconsapevoli ,che appartengono alla nostra storia e alle nostre esperienze precedenti, ai ricordi connessi a quel contesto o ad aspetti emozionali che ci caratterizzano come persone; potremmo anche aggiungere che la tendenza che abbiamo nei confronti degli stimoli che riceviamo è quella di organizzare attraverso dei preconcetti, attraverso la nostra esperienza passata ,attraverso dei pregiudizi e quindi in questo senso l’insieme di credenze che in varia misura le persone hanno, intervengono attivamente nella comunicazione e possono pregiudicare un ascolto empatico e un ascolto più neutrale; da questo punto di vista, per l’insegnante di yoga, può essere molto utile analizzare e cercare di gestire le eventuali credenze limitanti che gli appartengono, così come riconoscere nell’allievo e nel gruppo elementi legati a convinzioni limitanti rivolte alla pratica, ma anche ad altri processi, cercando di gestirle in modo da non ostacolare l’espressione del potenziale dell’allievo nel percorso.

Nella gestione della comunicazione a livello relazionale, abbiamo tre possibili modalità per rispondere a come l’altro si pone nella relazione con noi quando comunica: (ricordiamo che quando comunichiamo, esprimiamo un “che cosa” e una “definizione di se’” e quindi il processo comunicativo assume sempre delle valenze di spessore relazionale che impattano e coinvolgono l’intera relazione tra i comunicanti). Una prima modalità di risposta alla definizione di sé che l’altro ci dà all’interno della relazione viene chiamato conferma (tradotto relazionalmente è come se noi dicessimo “capisco come ti definisci e sono d’accordo“) per quanto riguarda invece, disconferma, questa si caratterizza come un segnale assai potente in senso negativo, relazionalmente l’impatto equivale a “non esisti, per me sei invisibile, non sei degno di attenzione” e quindi è un messaggio che nega la realtà dell’emittente.

La terza forma di risposta alla definizione di sé nella comunicazione può passare attraverso il “rifiuto, che tradotto relazionalmente arriva come” esisti ma non sei come ti definisci” e quindi c’è una sorta di disallineamento e attrito rispetto alla definizione che la persona tende a dare di sé.

Per quanto riguarda i vari livelli attraverso i quali le persone comunicano, possiamo esemplificare quanto segue: gli individui comunicano su fatti esterni, comunicano su contenuti, definiscono la, definiscono se’ stessi: a tal fine può essere particolarmente protettivo per la relazione stessa, interagire partendo dalle comunicazioni sui fatti esterni, poi sui contenuti, poi sulla relazione e infine sulla definizione di se’, che le persone danno all’interno della comunicazione.

Gli assiomi della comunicazione sono da considerare come proprietà della comunicazione:

Assioma n.1: non si può non comunicare, tutto il comportamento è comunicazione, sia verbale che non verbale e para verbale (tono della voce, ritmi pause)

Assioma n 2: ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto (il che cosa) e uno di relazione (il come tra noi) e di solito la relazione sottolinea e classifica il contenuto. Ricordiamo anche che tono di voce, mimica facciale e gestualità e il tipo di contesto, rinforzano e caratterizzano la relazione attraverso una squalifica verbale espressa verso la comunicazione dell’altro o la propria di può invalidare l’intero processo comunicativo; avverbi come “banalmente”  “ovviamente” “stupidamente”, sono tutte comunicazioni tolgono valore alla comunicazione.

Assioma n 3: la natura di una relazione dipende dall’interpretazione reciproca delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti; ciò significa che ognuno interpreta la comunicazione altrui e questo naturalmente condiziona il modo reciproco di essere, di percepirsi e proporsi all’interno della relazione stessa.

Assioma n 4: la comunicazione umana è sia numerica che analogica: numerica è riferito allo scambio di informazioni per trasmettere conoscenza e quindi indica il contenuto verbale, analogica si riferisce invece al comportamento non verbale e quindi la postura i gesti, la mimica e anche il para verbale (la voce, le inflessioni, la cadenza, il ritmo).

Assioma n 5: tutti gli scambi comunicativi sono simmetrici o complementari, negli scambi simmetrici non ci sono bisogni opposti e ci si misura con l’altro sullo stesso piano e quindi è una modalità di tipo vagamente competitivo, mentre nello scambio complementare c’è una persona in posizione superiore e un’altra in una posizione inferiore (relazionalmente), ma le due, comunicando soddisfano reciprocamente i propri bisogni.

Monica Vallarin, Psicologa dello Sport e coach certificata

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GESTIRE LE EMOZIONI PER REGOLARE L’ENERGIA

 

Carissimi, negli ultimi mesi della mia attività professionale estiva ho avuto l’opportunità di lavorare con giovani atleti che stavano affrontando, senza esserselo detto, lo stesso problema emotivo: la paura di non avere l’energia sufficiente per terminare la gara (di solito la gara più ambita).

Lo scritto che segue vuole condividere alcune riflessioni sul tema delle grandi paure nello sport, evidenziando le connessioni tra aspetti emotivi, mentali e il rendimento in gara.

Ad una prima analisi sembrerebbe trattarsi di un semplice aspetto energetico, migliorabile se gestito in maniera più strategica e con una accurata attenzione ad aspetti quali: carichi di lavoro adeguati, alimentazione, idratazione, preparazione atletica.

Dopo un’attenta analisi delle componenti psico-emotive che caratterizzano la percezione dell’atleta, emerge invece (ad un livello inizialmente meno consapevole), una forte preoccupazione emotiva caratterizzata da una bassa sensazione di efficacia personale (un insieme di pensieri e convinzioni che, prima e durante la performance, generano nella mente dell’atleta una sorta di “previsione” sulla propria  “debole” riuscita ) e uno stato di ansia anticipatoria rispetto alle possibili conseguenze di una tale eventualità  .

Nella mente e nel cuore degli atleti le peggiori minacce sono: doversi fermare, sentirsi fisicamente male, essere giudicati dei “perdenti” incapaci di reagire e per questo non degni di fiducia e di stima da parte delle figure importanti (allenatori, genitori, compagni), non veder riconosciuto il proprio impegno a prescindere dal risultato.

Di fatto la grande attivazione psico fisica che li caratterizza tende a facilitare il verificarsi della situazione tanto temuta: gli atleti consumano quantità notevoli di energia ancor prima della gara (ma potremmo anche dire di qualsiasi altro tipo di “performance” non necessariamente sportiva), finendo per essere esausti e svuotati ben prima della partenza.

La loro mente è spesso satura di pensieri ricorrenti di stampo negativo (previsioni negative o catastrofiche) con i quali tentano invano di controllare la situazione emotiva interna, cercando di ridurre il livello di incertezza “percepita” rispetto al risultato, confusi emotivamente e mentalmente rispetto all’obiettivo sul quale portare la propria attenzione e al servizio del quale vorrebbero dispiegare le proprie energie residue. Frequentemente purtroppo  ciò che accade in gara tende a confermare la peggiore profezia che tende inevitabilmente ad autoavverarsi :l’atleta sembra non disporre di energia sufficiente per affrontare e gestire al meglio quella gara” e questo finirà per alimentare le invisibili  convinzioni negative limitanti alle quali  troppo spesso gli atleti finiscono per credere (“ non ho talento, questa gara e’ fuori portata per me , non mi sono allenato abbastanza ,non ho la testa vincente , non era ancora il momento per farla……etc).

Nel lavoro di coaching sportivo cerco quindi di costruire insieme agli atleti piani d’azione strategici e personalizzati, capaci di favorire esperienze emozionali  correttive calibrate e sostenibili che , piano piano, permettano all’atleta di ristrutturare le proprie convinzioni  negative, favorendo una maggiore disponibilità a sperimentare “nuovi assetti tattici” di gara e a gestire attivamente le emozioni che precedentemente richiedevano un grande dispendio energetico (capace di generare uno svantaggio prestazionale notevole), fino ad arrivare a ripristinare la fiducia interna .

Gli inglesi dicono “non mettere mai tutte le tue uova nello stesso paniere”: un atleta più aperto a sperimentarsi in gara non è solo un atleta più flessibile e con una piu’ ampia gamma di opzioni di riuscita, ma necessariamente un atleta piu’ capace di orientare la proprie energie psico-fisiche verso obiettivi sentiti come rilevanti e sostenibili e quindi un atleta piu’ libero e soddisfatto.

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IL NUOTO COME CATALIZZATORE

(Scritto da Monica Vallarin a commento dell’intervista a Michele Garufi, pubblicata in TRIBUTE SPACE)

Ci sono reazioni che hanno bisogno di tempo per esprimere al meglio il loro potenziale, ci sono persone che possiedono potenzialità inesauribili e ci sono discipline sportive che, anche quando hai smesso di praticarle, continuano a lavorare per te. Il nuoto agonistico di Michele Garufi è stato proprio questo: un potente catalizzatore di reazioni connesse allo sviluppo personale e professionale di questo importante dorsista degli anni 70, ora affermato Imprenditore in ambito Farmaceutico. Nel suo narrarsi, troviamo il senso profondo dell’IMPEGNO agonistico: dalle SFIDE agli apprendimenti dall’esperienza, passando dalla DELUSIONE alla capacità di “andare oltre”, trasformando le difficoltà in nuove OPPORTUNITÀ’ di riuscita.

Quando Michele racconta i MOMENTI APICALI  del proprio percorso natatorio di “PROBABILE OLIMPICO”, ci rivela tutta l’intensità delle ASPETTATIVE che ruotano attorno al SOGNO olimpico, fino a rivelarci la pericolosità di quei momenti di SELEZIONE agonistica, in cui in pochi e brevissimi istanti ci si gioca l’impegno e la fatica di mesi , talvolta di anni ; attimi in cui, in una sorta di moviola emozionale, puoi vedere il tuo OBIETTIVO divergere vorticosamente da te, lasciandoti nel vuoto, attonito e quasi privo di prospettiva temporale .

Perché è così che ci si sente dopo aver MANCATO un grande obiettivo: prosciugati di energia, privi di direzione, quasi estranei a se stessi e soprattutto, spesso, non ci si perdona.

Michele però, nella sua vita post-agonistica, sembra aver definito un punto cruciale nella propria “AGENDA EMOTIVA”: riconnettersi con quello che aveva percepito come “l’errore” responsabile della mancata convocazione olimpica; ed stato grazie ad un forte senso di RESPONSABILITÀ (inteso nel suo significato etimologico di “essere abile-a-rispondere”), che Michele ha potuto “rilanciare” tutto se stesso, ancora una volta, nella propria dimensione professionale : con l’impegno, la tenacia e la competitività che lo caratterizzano. Lo ha fatto esponendosi in prima persona, assumendosene i rischi, in solitudine suo malgrado, da buon nuotatore abituato a fare i bilanci con se stesso prima ancora che con gli altri.

Ma come ben sanno i nuotatori che hanno fatto l’esperienza “da vicino”, il nuoto avvicina e l’acqua unisce, in quella magica comunione d’anime che resta integra e v

itale anche dopo l’evento critico dell’interruzione, la stessa che ha permesso a Michele di amare la propria famiglia, la società sportiva dei propri figli e gli amici ex-nuotatori, in una sorta di “affinità affettiva” capace di contenere tutte le sue peculiarità: quella di padre, di dirigente-imprenditore e quelle di uomo.

Sport e crescita esistenziale, in casi come questi, sono meravigliosamente inscindibili e le nuove mete raggiunte vanno ben oltre tutti gli obiettivi mancati.

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“INTERVISTA A MICHELE GARUFI, EX NUOTATORE AZZURRO”

“Michele, 10 anni di nuoto a livello agonistico, in cui hai vinto Titoli Italiani, fatto parte piu’ volte della Nazionale Assoluta, tante soddisfazioni … cosa ti hanno insegnato maggiormente? “

“Beh, soprattutto una cosa, che ti racconto con un … sogno.”

“Non mollare Mike, ancora una settimana, dai che ce la fai “. Mi svegliai di colpo, con la voce inconfondibile del mio Papà nelle orecchie, in una stanza dell’Hotel Perreyve a Parigi …Erano le 6 di mattina di un Venerdì di fine Ottobre del 1999. Mio Papà era morto in modo assurdo 9 anni prima lasciandomi sgomento quando seppi in modo postumo il perché’ fosse morto … Piansi , tanto, un po’per la rabbia che mi prese nel realizzare che fosse solo un sogno  e che il mio Papà non avrebbe potuto aiutarmi nel momento più difficile della mia vita professionale  , un po’per la stanchezza che avevo dopo due settimane di “road-show” in giro per il mondo per l’entrata in Borsa della Società che avevo creato con i miei due soci , e di cui ero Presidente,  che sarebbe abortita se non avessi deciso di  proseguire per un ‘altra settimana in una specie di “mission impossible” per cercare di ribaltare la sorte … Che c ‘entra col nuoto tutto ciò, mi chiederai? 

25 Luglio 1972, Campionati Assoluti di Torino, validi come Trials per le Olimpiadi di Monaco. Finale dei 100 dorso. In corsia 4 ci sono io, il favorito, il “Probabile Olimpico “- come ci definivano allora – un anno di allenamenti intensi e collegiali con la speranza e la quasi certezza che a Monaco 72 ci sarei stato. Invece sbagliai tutto: partenza, virata e nuotata … una delusione totale, forse anche “confezionata” dai professori del mio Liceo che non tolleravano la mia passione sportiva e mi boicottarono cambiandomi all’ultimo momento la materia scelta per la “maturità orale” di 10 giorni prima e creandomi un’ansia da esame che mi compromise il “tapering” pre-gare … 

Distrutto e deluso partii subito dopo in vacanza  per Sirolo con gli amici fin quando , il Giovedì sera ,  mi giunse una telefonata di mio Papà che mi comunicava che la FIN aveva deciso di permettermi di fare un tentativo isolato ai Campionati Regionali del fine settimana seguente nel quale avrei potuto “fare il tempo” richiesto per i Giochi … Ne effettuai ben tre di tentativi in due giorni , ma le notti di “bagordi” di Sirolo mi fecero nuotare sempre 3-4 decimi più di quel tempo che mi avrebbe aperto le porte di Monaco di Baviera . Nuotai ancora un anno, altre Nazionali, le Universiadi a Mosca …. Ma poi smisi.  La delusione delle mancate Olimpiadi in modo stupido condizionarono tutta la mia vita, tutti i miei comportamenti. Mi impegnavo sempre al massimo, sia negli studi Universitari, completati a ritmo di 30 e con un immancabile 110 e lode in Chimica Farmaceutica, sia nei vari sport a livello amatoriale a cui mi dedicai dopo il nuoto. I miei amici mi chiamavano “Rasputin” dato che non mollavo mai e quando sembrava che cedessi ritrovavo le forze o per una sgroppata sulla fascia sinistra nelle migliaia di partite di calcio o per un ennesimo scatto nelle gare amatoriali in bicicletta.

Trasportai questa meticolosità e impegno nella mia vita lavorativa e nell’educazione dei miei adorati figli, tutti e tre fantastici, seppur così differenti l’uno dall’altro. Non parlai mai di sport e del mio passato col mio primogenito Giacomo fino a quando cominciò a fare Atletica, a vincere le prime gare regionali, a partecipare ai Campionati Italiani … era bravo, dotato, elegante nella corsa. La passione per lo sport agonistico mi ritornò fuori. Memore del mio fantastico Papa’, in un periodo di difficoltà economica della Società ne divenni Presidente … L ‘entusiasmo di tutti quei ragazzini mi aiutò a superare le difficoltà del momento legate al divorzio, anche se Giacomo era rimasto a vivere con me e io dedicavo la mia vita a lui … Capii il perché mio Papà aveva fatto tutto quello che aveva fatto alla Nuomil. Non per suo figlio, ma per i “suoi” figli, decine, centinaia … Mi emozionavo come mai mi era successo quando i ragazzini gareggiavano, ma riuscivo a non farlo trasparire e la mia più grossa soddisfazione era che ognuno di loro, compreso mio figlio, mi voleva vicino nei momenti pre-gara dato che davo loro tranquillità fiducia con i miei consigli e parole. Furono anni stupendi, indimenticabili … “

 “Ma adesso che legami hai col mondo del Nuoto? “

 “A parte l’ovvia passione che mi porta a seguirne sempre risultati e gare, il nuoto, oltra alla mia prima moglie con cui tuttora mantengo ottimi ed affettuosi rapporti, mi ha regalato favolosi amici che resistono da 40 anni nonostante le distanze e i fatti della vita. Con alcuni di loro ci sentiamo come “fratelli”, so che posso contare su di loro e loro sanno che io sarò sempre pronto ad aiutarli nei momenti di difficoltà. Forse è proprio questa la cosa più bella che mi ha lasciato in eredità lo sport: un ‘amicizia senza “interessi”, fedele nel tempo, intensa e sincera. Forse oggi non è più così, ma io credo che condividere sudore e fatica ti leghi in una maniera che nessun’altra esperienza sia in grado di fare così intensamente”

“E a proposito, non hai finito di raccontarmi … dopo il sogno con tuo Papà, cosa facesti? Come andò finire il tuo “road-show? “

“Chiamai il Banchiere che aspettava una mia decisione e gli dissi “Jean-Francois, on y va, je laisse pas ! “. Feci ancora, da solo, dato che i miei soci avevano mollato per esaurimento psico-fisico, una settimana di road-show. La Società riuscì ad entrare in Borsa, e da allora non ci siamo più fermati. Tornato a Milano, andai al cimitero sulla tomba di mio Papà, presi il biglietto e la foto che vi avevo lasciato all’inizio del road-show, e stracciai il tutto, finalmente liberato da un ‘ossessione “

 “Ma cosa avevi scritto su quel biglietto? e la foto? cos’era? “

“Avevo scritto: “Papa’, stavolta non sbaglierò come a Torino. Tranquillo …” e la foto era la mia partenza di quella maledetta gara. Una settimana in più di sacrifici, come non feci nel 1972, mi regalò quella che oggi è una realtà di 130 persone che lavorano “per me” e “con me “. Non sanno il perché della mia determinazione e si chiedono spesso da dove e come io trovi sempre la forza per non mollare mai.  Questo è quel che mi ha insegnato il nuoto e che io cerco di trasmettere agli altri, aiutandoli, cosi ‘come noi ci aiutavamo nelle indimenticabili staffette fra amici “

 

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“QUANDO LAVORO CON UN ALLENATORE…”

Quando lavoro con un allenatore assumo un’attitudine curiosa e ricettiva…
Quando lavoro con un allenatore mi impegno a vedere il mondo con i suoi occhi…
Quando lavoro con un allenatore non penso a come avrei fatto IO ma a come fa LUI…
Quando lavoro con un allenatore cerco di costruire la FIDUCIA reciproca…
Quando lavoro con un allenatore non lo precedo mai , ma se me lo concede gli siedo accanto…
Quando lavoro con un allenatore so che lui è l’esperto di problemi ed obiettivi ed io posso facilitare la sua riuscita …
Quando lavoro con un allenatore chiedo al mio passato sportivo di ascoltare senza giudicare…
Quando lavoro con un allenatore NON decido per lui , ma lo AIUTO a decidere …
Quando lavoro con un allenatore allineo il battito del mio cuore a quello dei suoi atleti…

(di Monica Vallarin – Psicologa dello Sport ed ex atleta)

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“QUANDO IN GARA L’ ATLETA SPEGNE LA LUCE …”

“QUANDO IN GARA L’ ATLETA SPEGNE LA LUCE…”

Non c’è niente di più evidente dell’atleta che, in situazioni di gara sensibili, “molla”: fondamentalmente tale meccanismo “semi- consapevole”, si attiva in momenti di svantaggio/testa-a-testa ma anche, inaspettatamente, di vantaggio. Questa triade riassume le possibili circostanze che ogni atleta si trova a GESTIRE in un contesto competitivo. Volendo sintetizzare la potenziale MINACCIA insita nelle varie situazioni di gara, potremmo dire: “se non la gestisci, la subisci”. Spesso gli atleti hanno tra i loro PUNTI DI FORZA una di queste circostanze (vantaggio /testa-a-testa /svantaggio), ma avvertono le altre come difficoltose e temibili. Come possono percepire molto bene gli allenatori, i genitori e gli atleti stessi, “spegnere la luce in gara” appare come una STRATEGIA apparentemente negativa che però può generare, paradossalmente, alcuni VANTAGGI EMOTIVI, seppur di breve respiro. Nell’arco degli anni ho intenzionalmente chiesto agli atleti di analizzare quali fossero invece i VANTAGGI di una simile modalità: le loro risposte hanno spesso evidenziato come, in una sorta di patto segreto tra mente ed emozioni ,”spegnere la luce “sia una radicale PRECAUZIONE  per riprendere una sorta di CONTROLLO  sui rischi emotivi connessi all’incertezza  del risultato o, peggio ancora, all’insuccesso. DISATTIVARSI in situazioni di SVANTAGGIO può evitare di confrontarsi con la variabilità della PRESTAZIONE , uscire dalla situazione di gara PRIMA della fine e’ pur sempre un modo di DIFENDERSI da un potenziale fallimento ;seppur doloroso questo pericoloso AUTOMATISMO , può risultare più sopportabile della CRITICA  che l’atleta stesso o le figure di riferimento  potrebbero comunque fare a gara ultimata (“potevi comunque fare meglio…”eccetera).

È’ talmente EVIDENTE l’uscita di gara dell’atleta, che nessuno potrà affermare che “ci abbia davvero provato”; secondo una logica tipo: “se non gioco, non perdo”, l’atleta tenta di riprendere il CONTROLLO sugli eventi, ma è realtà è proprio in quel preciso momento che finisce per perderlo, alimentando una scia di scarsa EFFICACIA personale e una spirale negativa. Nelle situazioni di VANTAGGIO invece, può essere proprio la PRESUNTA certezza rispetto al risultato (in questo caso positivo) che induce l’atleta a perdere CONNESSIONE con il qui-ed-ora di gara, prefigurandosi in una dimensione temporale più avanzata, con la conseguente perdita di contatto con l’obiettivo che viene considerato ILLUSORIAMENTE raggiunto.Il punto di partenza del lavoro psicologico con gli atleti è proprio costituito dall’identificazione dell’EMOZIONE PREVALENTE, implicata nei momenti sensibili; in quest’ottica le EMOZIONI non sono mai giuste o sbagliate, ma possono e devono essere GESTITE; il compito sarà sarà quindi COSTRUIRE una nuova MAPPA personale di piccoli passi, costruiti ad hoc con l’atleta, per affrontare in modo ATTIVO e ORIENTATO le zone sensibili di gara e le emozioni correlate.L’OBIETTIVO di questo lavoro è AUTONOMIZZARE l’atleta nella personale capacità di GESTIRE assetti di gara variabili e non prevedibili, capaci di stimolare emozioni differenti, affinché possa TRASFORMARE le antiche minacce (svantaggio/testa-a-testa/vantaggio) in altrettante OPZIONI DI RIUSCITA. Nella nuova prospettiva qualsiasi risultato potrà essere considerato il punto zero della nuova curva di APPRENDIMENTO per continuare a migliorare. Uno slogan piuttosto intrigante recita: “non perdo mai, o vinco o imparo”.

(di Monica Vallarin – Psicologa dello Sport ed ex atleta/ 1 Febbraio 2017)

 

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“Il manichino”

Stavo sul bordo vasca vicino ad altri che non erano niente per me, che non mi assomigliavano, non mi appartenevano …a malapena avevo coscienza della loro fisicità: lui invece sedeva lassù in tribuna, in uno dei settori più alti, forse per vedermi meglio o forse per non vedermi affatto.

Ero io ad averglielo chiesto intenzionalmente, dopo tutto erano passati già sei mesi dal mio abbandono agonistico e una parte di me voleva provare a vedere che effetto gli avrebbe fatto assistere ad una prova in cui sua figlia si sarebbe cimentata in qualcosa che non fosse una gara di nuoto. Per non destabilizzarlo troppo avevo voluto credere che il contesto acquatico e un esame pratico per diventare bagnino avrebbero catturato la sua attenzione, creando una sorta di continuità con il tanto amato nuoto.

Le sensazioni fisiche che avvertivo la’ in basso erano solo in parte familiari: riconoscevo l’odore caldo umido del cloro, il lontano eco delle caldaie, il mio respiro progressivamente più ritmato e il mio cuore che si stava occupando di rifornire i miei muscoli: presto avrei dovuto immergermi a 10 m di profondità per recuperare un manichino pieno d’acqua del peso di circa 50 chili e riportarlo in superficie.

Avevo difficoltà a sentirmi comoda in quel costume: era di due taglie più grande dei soliti, avevo dovuto comprarlo apposta perché in quei vecchi non ci stavo più, visti miei otto chili di troppo. Ricoperta da quello strato di grasso che tuttavia non mi apparteneva mi sentivo nuda ed esposta al giudizio altrui; probabilmente avevo valutato troppo superficialmente le conseguenze di una “guardia” così bassa, direbbero nelle arti marziali.

Un po’ come alle gare dove, dove non alzavo mai lo sguardo in tribuna prima del termine della competizione, anche lì evitai accuratamente di guardare verso mio padre: nello spazio di coscienza sapevo che c’era, lo avevo invitato, ma riuscivo come nelle migliori performance, a sospendere ogni ulteriore indagine a tale proposito; in ogni caso ne avremmo parlato dopo la prova, “comme habitude”. Un antico rituale “condiviso”, che percepivo con fiduciosa partecipazione, ignorando di essere profondamente sola in questa “reverie”, scambiandola per una zona di supposta neutralità relazionale.

Quando tocco‘ a me, feci la prova del recupero del manichino in modo deciso ed efficace, prendendo un buon punteggio anche alle prove in acqua che seguirono; sapevo con tutta me stessa che il momento della verità si stava avvicinando: sapevo che qualsiasi cosa mi avesse detto, avrebbe significato molto più delle singole parti. Intuivo che quello che stavo per ricevere sarebbe stata un’immagine reale di come “lui” mi vedeva, in questa terra del “non più” del post agonismo. Fu terribile, lo disse in una sola frase:”mi fai schifo in costume…”; mi sembra di ricordare di non aver avuto la forza di argomentare. 

Tutto finito, chiuso, buio. 

Talmente dolorosamente inaspettato, da produrre nella mia mente e nel mio cuore una sorta di dichiarazione:”jamais plus dans la vie”: dichiaravo a me stessa che non avrei più esposto me e le mie competenze al feroce giudizio di mio padre. Era l’unico potere che potevo riprendermi, data la situazione. 

Il manichino era rigido, pieno d’acqua e giaceva sul fondo: avevo voluto credere che fosse disposto a recuperarmi, ma in quel preciso momento fu chiaro che senza sapere “come”, avrei dovuto occuparmene io stessa.

(Monica Vallarin, ex atleta /scrittura autonarrativa – febbraio 2016)

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