SIPPY: L’UNICA

L’avevo vista per la prima volta sulla copertina di una rivista sportiva e tanto per cominciare avevo iniziato a forarmi le orecchie come lei, che era la campionessa mondiale dei 200 stile libero. Mai avrei detto che le avrei nuotato accanto per otto mesi solo qualche anno più tardi; il suo nome WOODHEAD, che tradotto vuol dire “testa di legno”, era già un programma: in quanto a tenacia, perseveranza e resistenza al dolore non era seconda nessuno. Più bassa di me di statura, con un fisico compatto e proporzionato e tutto sommato poco appariscente, sembrava quasi un ‘atleta come le altre, almeno finché rimaneva fuori dall’acqua, ma una volta in vasca Sippy esprimeva il suo potenziale psicofisico con una serie deflagrante di reazioni a catena, motivo per cui aveva un allenatore tutto per se’. Scott era una sorta di personal swimming coach che la monitorava accudendola, in ogni fase dei massacranti allenamenti preparati solo per lei. A noi non restava che ammirarla, tenendoci a rispettosa distanza e riconoscendole il merito di saper soffrire in silenzio e di fare quasi tutto da sola; c’erano giorni in cui suo talento acquatico e la sua competitività brillavano ai nostri occhi di semplici primatiste italiane, agoniste “quasi per caso”, se paragonate agli standard di Sippy. Vederla in azione in palestra, ci faceva capire cosa volesse dire raggiungere il limite per andare oltre, senza nemmeno dire una parola; durante gli allenamenti solo le lacrime erano ammesse e tutti noi lo sapevamo. Ciò che ancora oggi me la fa apparire unica e speciale e l’umiltà agonistica che la caratterizzava, la sobria gentilezza me verso la squadra e il suo pacato entusiasmo nei confronti delle proprie performance mondiali, la sua attitudine silenziosa e sfuggente tanto da sfiorare la solitudine. Penso che se fossi riuscita a gareggiare al suo livello avrei voluto assomigliarle; è stata l’unica atleta statunitense che ho portato nel cuore, al mio ritorno dalla California.

(Monica Vallarin, ex atleta – esercizi di scrittura autonarrativa / Ottobre 2017)

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Il TUTTO e’ più della SOMMA delle singole PARTI

Un team e’ tale quando:

  • #riconosce le specificità di ognuno, 
  • #quando valorizza le risorse personali senza uniformarle , 
  • #quando si allena a riconoscere in modo individualizzato i meriti condividendo il raggiungimento dei traguardi e le nuove aree di sviluppo, 
  • #quando utilizza una comunicazione efficace e specifica capace di favorire il rispetto e l’interazione pregiata tra i membri 
  • #quando il successo di uno e’ il successo di tutti …altrimenti è SOLO UN GRUPPO

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IL NUOTO COME CATALIZZATORE

(Scritto da Monica Vallarin a commento dell’intervista a Michele Garufi, pubblicata in TRIBUTE SPACE)

Ci sono reazioni che hanno bisogno di tempo per esprimere al meglio il loro potenziale, ci sono persone che possiedono potenzialità inesauribili e ci sono discipline sportive che, anche quando hai smesso di praticarle, continuano a lavorare per te. Il nuoto agonistico di Michele Garufi è stato proprio questo: un potente catalizzatore di reazioni connesse allo sviluppo personale e professionale di questo importante dorsista degli anni 70, ora affermato Imprenditore in ambito Farmaceutico. Nel suo narrarsi, troviamo il senso profondo dell’IMPEGNO agonistico: dalle SFIDE agli apprendimenti dall’esperienza, passando dalla DELUSIONE alla capacità di “andare oltre”, trasformando le difficoltà in nuove OPPORTUNITÀ’ di riuscita.

Quando Michele racconta i MOMENTI APICALI  del proprio percorso natatorio di “PROBABILE OLIMPICO”, ci rivela tutta l’intensità delle ASPETTATIVE che ruotano attorno al SOGNO olimpico, fino a rivelarci la pericolosità di quei momenti di SELEZIONE agonistica, in cui in pochi e brevissimi istanti ci si gioca l’impegno e la fatica di mesi , talvolta di anni ; attimi in cui, in una sorta di moviola emozionale, puoi vedere il tuo OBIETTIVO divergere vorticosamente da te, lasciandoti nel vuoto, attonito e quasi privo di prospettiva temporale .

Perché è così che ci si sente dopo aver MANCATO un grande obiettivo: prosciugati di energia, privi di direzione, quasi estranei a se stessi e soprattutto, spesso, non ci si perdona.

Michele però, nella sua vita post-agonistica, sembra aver definito un punto cruciale nella propria “AGENDA EMOTIVA”: riconnettersi con quello che aveva percepito come “l’errore” responsabile della mancata convocazione olimpica; ed stato grazie ad un forte senso di RESPONSABILITÀ (inteso nel suo significato etimologico di “essere abile-a-rispondere”), che Michele ha potuto “rilanciare” tutto se stesso, ancora una volta, nella propria dimensione professionale : con l’impegno, la tenacia e la competitività che lo caratterizzano. Lo ha fatto esponendosi in prima persona, assumendosene i rischi, in solitudine suo malgrado, da buon nuotatore abituato a fare i bilanci con se stesso prima ancora che con gli altri.

Ma come ben sanno i nuotatori che hanno fatto l’esperienza “da vicino”, il nuoto avvicina e l’acqua unisce, in quella magica comunione d’anime che resta integra e v

itale anche dopo l’evento critico dell’interruzione, la stessa che ha permesso a Michele di amare la propria famiglia, la società sportiva dei propri figli e gli amici ex-nuotatori, in una sorta di “affinità affettiva” capace di contenere tutte le sue peculiarità: quella di padre, di dirigente-imprenditore e quelle di uomo.

Sport e crescita esistenziale, in casi come questi, sono meravigliosamente inscindibili e le nuove mete raggiunte vanno ben oltre tutti gli obiettivi mancati.

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“INTERVISTA A MICHELE GARUFI, EX NUOTATORE AZZURRO”

“Michele, 10 anni di nuoto a livello agonistico, in cui hai vinto Titoli Italiani, fatto parte piu’ volte della Nazionale Assoluta, tante soddisfazioni … cosa ti hanno insegnato maggiormente? “

“Beh, soprattutto una cosa, che ti racconto con un … sogno.”

“Non mollare Mike, ancora una settimana, dai che ce la fai “. Mi svegliai di colpo, con la voce inconfondibile del mio Papà nelle orecchie, in una stanza dell’Hotel Perreyve a Parigi …Erano le 6 di mattina di un Venerdì di fine Ottobre del 1999. Mio Papà era morto in modo assurdo 9 anni prima lasciandomi sgomento quando seppi in modo postumo il perché’ fosse morto … Piansi , tanto, un po’per la rabbia che mi prese nel realizzare che fosse solo un sogno  e che il mio Papà non avrebbe potuto aiutarmi nel momento più difficile della mia vita professionale  , un po’per la stanchezza che avevo dopo due settimane di “road-show” in giro per il mondo per l’entrata in Borsa della Società che avevo creato con i miei due soci , e di cui ero Presidente,  che sarebbe abortita se non avessi deciso di  proseguire per un ‘altra settimana in una specie di “mission impossible” per cercare di ribaltare la sorte … Che c ‘entra col nuoto tutto ciò, mi chiederai? 

25 Luglio 1972, Campionati Assoluti di Torino, validi come Trials per le Olimpiadi di Monaco. Finale dei 100 dorso. In corsia 4 ci sono io, il favorito, il “Probabile Olimpico “- come ci definivano allora – un anno di allenamenti intensi e collegiali con la speranza e la quasi certezza che a Monaco 72 ci sarei stato. Invece sbagliai tutto: partenza, virata e nuotata … una delusione totale, forse anche “confezionata” dai professori del mio Liceo che non tolleravano la mia passione sportiva e mi boicottarono cambiandomi all’ultimo momento la materia scelta per la “maturità orale” di 10 giorni prima e creandomi un’ansia da esame che mi compromise il “tapering” pre-gare … 

Distrutto e deluso partii subito dopo in vacanza  per Sirolo con gli amici fin quando , il Giovedì sera ,  mi giunse una telefonata di mio Papà che mi comunicava che la FIN aveva deciso di permettermi di fare un tentativo isolato ai Campionati Regionali del fine settimana seguente nel quale avrei potuto “fare il tempo” richiesto per i Giochi … Ne effettuai ben tre di tentativi in due giorni , ma le notti di “bagordi” di Sirolo mi fecero nuotare sempre 3-4 decimi più di quel tempo che mi avrebbe aperto le porte di Monaco di Baviera . Nuotai ancora un anno, altre Nazionali, le Universiadi a Mosca …. Ma poi smisi.  La delusione delle mancate Olimpiadi in modo stupido condizionarono tutta la mia vita, tutti i miei comportamenti. Mi impegnavo sempre al massimo, sia negli studi Universitari, completati a ritmo di 30 e con un immancabile 110 e lode in Chimica Farmaceutica, sia nei vari sport a livello amatoriale a cui mi dedicai dopo il nuoto. I miei amici mi chiamavano “Rasputin” dato che non mollavo mai e quando sembrava che cedessi ritrovavo le forze o per una sgroppata sulla fascia sinistra nelle migliaia di partite di calcio o per un ennesimo scatto nelle gare amatoriali in bicicletta.

Trasportai questa meticolosità e impegno nella mia vita lavorativa e nell’educazione dei miei adorati figli, tutti e tre fantastici, seppur così differenti l’uno dall’altro. Non parlai mai di sport e del mio passato col mio primogenito Giacomo fino a quando cominciò a fare Atletica, a vincere le prime gare regionali, a partecipare ai Campionati Italiani … era bravo, dotato, elegante nella corsa. La passione per lo sport agonistico mi ritornò fuori. Memore del mio fantastico Papa’, in un periodo di difficoltà economica della Società ne divenni Presidente … L ‘entusiasmo di tutti quei ragazzini mi aiutò a superare le difficoltà del momento legate al divorzio, anche se Giacomo era rimasto a vivere con me e io dedicavo la mia vita a lui … Capii il perché mio Papà aveva fatto tutto quello che aveva fatto alla Nuomil. Non per suo figlio, ma per i “suoi” figli, decine, centinaia … Mi emozionavo come mai mi era successo quando i ragazzini gareggiavano, ma riuscivo a non farlo trasparire e la mia più grossa soddisfazione era che ognuno di loro, compreso mio figlio, mi voleva vicino nei momenti pre-gara dato che davo loro tranquillità fiducia con i miei consigli e parole. Furono anni stupendi, indimenticabili … “

 “Ma adesso che legami hai col mondo del Nuoto? “

 “A parte l’ovvia passione che mi porta a seguirne sempre risultati e gare, il nuoto, oltra alla mia prima moglie con cui tuttora mantengo ottimi ed affettuosi rapporti, mi ha regalato favolosi amici che resistono da 40 anni nonostante le distanze e i fatti della vita. Con alcuni di loro ci sentiamo come “fratelli”, so che posso contare su di loro e loro sanno che io sarò sempre pronto ad aiutarli nei momenti di difficoltà. Forse è proprio questa la cosa più bella che mi ha lasciato in eredità lo sport: un ‘amicizia senza “interessi”, fedele nel tempo, intensa e sincera. Forse oggi non è più così, ma io credo che condividere sudore e fatica ti leghi in una maniera che nessun’altra esperienza sia in grado di fare così intensamente”

“E a proposito, non hai finito di raccontarmi … dopo il sogno con tuo Papà, cosa facesti? Come andò finire il tuo “road-show? “

“Chiamai il Banchiere che aspettava una mia decisione e gli dissi “Jean-Francois, on y va, je laisse pas ! “. Feci ancora, da solo, dato che i miei soci avevano mollato per esaurimento psico-fisico, una settimana di road-show. La Società riuscì ad entrare in Borsa, e da allora non ci siamo più fermati. Tornato a Milano, andai al cimitero sulla tomba di mio Papà, presi il biglietto e la foto che vi avevo lasciato all’inizio del road-show, e stracciai il tutto, finalmente liberato da un ‘ossessione “

 “Ma cosa avevi scritto su quel biglietto? e la foto? cos’era? “

“Avevo scritto: “Papa’, stavolta non sbaglierò come a Torino. Tranquillo …” e la foto era la mia partenza di quella maledetta gara. Una settimana in più di sacrifici, come non feci nel 1972, mi regalò quella che oggi è una realtà di 130 persone che lavorano “per me” e “con me “. Non sanno il perché della mia determinazione e si chiedono spesso da dove e come io trovi sempre la forza per non mollare mai.  Questo è quel che mi ha insegnato il nuoto e che io cerco di trasmettere agli altri, aiutandoli, cosi ‘come noi ci aiutavamo nelle indimenticabili staffette fra amici “

 

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“QUANDO LAVORO CON UN ALLENATORE…”

Quando lavoro con un allenatore assumo un’attitudine curiosa e ricettiva…
Quando lavoro con un allenatore mi impegno a vedere il mondo con i suoi occhi…
Quando lavoro con un allenatore non penso a come avrei fatto IO ma a come fa LUI…
Quando lavoro con un allenatore cerco di costruire la FIDUCIA reciproca…
Quando lavoro con un allenatore non lo precedo mai , ma se me lo concede gli siedo accanto…
Quando lavoro con un allenatore so che lui è l’esperto di problemi ed obiettivi ed io posso facilitare la sua riuscita …
Quando lavoro con un allenatore chiedo al mio passato sportivo di ascoltare senza giudicare…
Quando lavoro con un allenatore NON decido per lui , ma lo AIUTO a decidere …
Quando lavoro con un allenatore allineo il battito del mio cuore a quello dei suoi atleti…

(di Monica Vallarin – Psicologa dello Sport ed ex atleta)

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“QUANDO IN GARA L’ ATLETA SPEGNE LA LUCE …”

“QUANDO IN GARA L’ ATLETA SPEGNE LA LUCE…”

Non c’è niente di più evidente dell’atleta che, in situazioni di gara sensibili, “molla”: fondamentalmente tale meccanismo “semi- consapevole”, si attiva in momenti di svantaggio/testa-a-testa ma anche, inaspettatamente, di vantaggio. Questa triade riassume le possibili circostanze che ogni atleta si trova a GESTIRE in un contesto competitivo. Volendo sintetizzare la potenziale MINACCIA insita nelle varie situazioni di gara, potremmo dire: “se non la gestisci, la subisci”. Spesso gli atleti hanno tra i loro PUNTI DI FORZA una di queste circostanze (vantaggio /testa-a-testa /svantaggio), ma avvertono le altre come difficoltose e temibili. Come possono percepire molto bene gli allenatori, i genitori e gli atleti stessi, “spegnere la luce in gara” appare come una STRATEGIA apparentemente negativa che però può generare, paradossalmente, alcuni VANTAGGI EMOTIVI, seppur di breve respiro. Nell’arco degli anni ho intenzionalmente chiesto agli atleti di analizzare quali fossero invece i VANTAGGI di una simile modalità: le loro risposte hanno spesso evidenziato come, in una sorta di patto segreto tra mente ed emozioni ,”spegnere la luce “sia una radicale PRECAUZIONE  per riprendere una sorta di CONTROLLO  sui rischi emotivi connessi all’incertezza  del risultato o, peggio ancora, all’insuccesso. DISATTIVARSI in situazioni di SVANTAGGIO può evitare di confrontarsi con la variabilità della PRESTAZIONE , uscire dalla situazione di gara PRIMA della fine e’ pur sempre un modo di DIFENDERSI da un potenziale fallimento ;seppur doloroso questo pericoloso AUTOMATISMO , può risultare più sopportabile della CRITICA  che l’atleta stesso o le figure di riferimento  potrebbero comunque fare a gara ultimata (“potevi comunque fare meglio…”eccetera).

È’ talmente EVIDENTE l’uscita di gara dell’atleta, che nessuno potrà affermare che “ci abbia davvero provato”; secondo una logica tipo: “se non gioco, non perdo”, l’atleta tenta di riprendere il CONTROLLO sugli eventi, ma è realtà è proprio in quel preciso momento che finisce per perderlo, alimentando una scia di scarsa EFFICACIA personale e una spirale negativa. Nelle situazioni di VANTAGGIO invece, può essere proprio la PRESUNTA certezza rispetto al risultato (in questo caso positivo) che induce l’atleta a perdere CONNESSIONE con il qui-ed-ora di gara, prefigurandosi in una dimensione temporale più avanzata, con la conseguente perdita di contatto con l’obiettivo che viene considerato ILLUSORIAMENTE raggiunto.Il punto di partenza del lavoro psicologico con gli atleti è proprio costituito dall’identificazione dell’EMOZIONE PREVALENTE, implicata nei momenti sensibili; in quest’ottica le EMOZIONI non sono mai giuste o sbagliate, ma possono e devono essere GESTITE; il compito sarà sarà quindi COSTRUIRE una nuova MAPPA personale di piccoli passi, costruiti ad hoc con l’atleta, per affrontare in modo ATTIVO e ORIENTATO le zone sensibili di gara e le emozioni correlate.L’OBIETTIVO di questo lavoro è AUTONOMIZZARE l’atleta nella personale capacità di GESTIRE assetti di gara variabili e non prevedibili, capaci di stimolare emozioni differenti, affinché possa TRASFORMARE le antiche minacce (svantaggio/testa-a-testa/vantaggio) in altrettante OPZIONI DI RIUSCITA. Nella nuova prospettiva qualsiasi risultato potrà essere considerato il punto zero della nuova curva di APPRENDIMENTO per continuare a migliorare. Uno slogan piuttosto intrigante recita: “non perdo mai, o vinco o imparo”.

(di Monica Vallarin – Psicologa dello Sport ed ex atleta/ 1 Febbraio 2017)

 

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ASPETTI PSICOLOGICI DELLA TERZA ETÀ nel contesto di un CORSO DI YOGA

Può essere utile riflettere su quale sia l’età che facciamo corrispondere a quella che viene chiamata “terza età”, a seconda del range anagrafico individuato, faremo delle considerazioni specifiche rispetto ai COMPITI DI SVILUPPO e alle sfide esistenziali connessi a quel momento. Indicativamente possiamo pensare che questa età chiave possa essere identificata intorno al 50º anno di età fino ad arrivare ad oltre i 70; gli aspetti psicologici sono segnati da alcuni compiti di sviluppo che troviamo nel ciclo di vita in alcuni momenti sensibili.

Può essere interessante analizzare da un punto di vista psico-sociale e PSICO-EMOTIVO quelli che sono:

  • gli aspetti della percezione della propria immagine e della propria corporeità
  • come cambia la relazione con se stessi e con gli altri
  • e comunicazioni con se stessi e con gli altri a seconda delle fasi critiche e dei compiti di sviluppo connessi.

Alcune “fasi critiche” possono essere ricondotte:

  • alla chiusura del ciclo lavorativo o al suo protrarsi anche oltre i 70 anni
  • ad alcuni aspetti inerenti la fisicità e i cambiamenti della corporeità , in modo differente nell’uomo e nella donna
  • ai cambiamenti a livello della percezione di efficacia corporea
  • ai cambiamenti da un punto di vista della generativita’
  • le conseguenti ricadute sulla sessualità e sulla gestione degli aspetti partecipativi e relazionali.

Per SEMPLIFICARE la grande varietà e soggettività delle dimensioni Psico emotive nella terza età, può essere utile individuare come funziona il sistema “percettivo-reattivo” dell’individuo sapendo che, nello specifico, l’attività dello yoga e la sua pratica possono costituirsi come una valido approdo e una potente contesto aggregante e ri-socializzante da un punto di vista delle relazioni.

Alcune DOMANDE CHIAVE che possiamo porci e che possono essere utili all’insegnante di yoga che si trovi a lavorare con un gruppo della terza età possono essere le seguenti:

  • Quali sono i motivi che spingono la persona che ho davanti ad intraprendere una pratica come quella yogica in questo momento del ciclo di vita?
  • che significato dà alla corporeità la persona che ho davanti ?
  • quali sono le aspettative nei confronti dell’attività yogica ,nei confronti dell’insegnante e del gruppo?
  • la persona che ho davanti sta portando un problema o un obiettivo ?
  • Quali sono le aree maggiormente significative per la persona? per esempio: il benessere psicofisico, il benessere sociale, la riduzione del dolore fisico?
  • Che livello di interazione e apertura la persona che ho davanti ha con il gruppo, nel rispetto delle sue caratteristiche attitudinali?
  • come posso sviluppare ,con la persona che ho davanti e con il gruppo ,un approccio rispettoso delle aspettative nei confronti del Corso e dell’attività?

Data la elevata percentuale di DONNE nei corsi di yoga per la terza età, posso tenere presente le seguenti SPECIFICITÀ:

  • sono piuttosto adattabili
  • hanno maggiori possibilità di andare incontro ad un mutamento di ruolo sociale
  • può essere estremamente interessante conoscere le reazioni psicologiche che hanno seguito la trasformazione organica legata alla menopausa
  • generalmente nutrono un certo interesse verso la propria persona
  • hanno spinte creative
  • possono avere flessioni cicliche dell’umore
  • possono essere suggestionabili
  • possono avere un livello di sensibilità anche marcata alle umiliazioni narcisistiche legate alla corporeità e alla capacità generativa perduta

STRUMENTI AL SERVIZIO DELL’ INSEGNANTE:

Considerando sempre la maggiore o minore eterogeneità del gruppo rispetto alle motivazioni alla pratica, alle aspettative consapevoli /inconsapevoli e agli obiettivi consapevoli / inconsapevoli, l’INSEGNANTE può esercitare le seguenti funzioni:

  • facilitare la condivisione e la socializzazione all’interno del gruppo
  • far sì che il gruppo sia messo al servizio del gruppo stesso e quindi diventi una risorsa
  • ri-orientare e ridefinire eventuali obiettivi insieme agli allievi
  • contenere da un punto di vista emotivo gli allievi, ascoltandoli e chiarificando attraverso un dialogo “orientato”
  • esercitare una comunicazione consapevole e mirata alla gestione delle relazioni attraverso una “sintonizzazione” utile
  • utilizzare alcune tecniche comunicative particolari:
  • far domande aperte e chiuse, a illusione di alternative (a seconda degli obiettivi del momento )
  • chiarificando e riformulando ciò che ha ascoltato
  • accordandosi con l’allievo nella definizione di obiettivi specifici
  • autonomizzando e responsabilizzando l’allievo nei confronti della gestione della pratica yogica personale quotidiana
  • dando feedback orientati e valorizzanti rispetto all’impegno nei confronti della pratica.

 

 

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LA RICERCA DI UN LUOGO SICURO

“LA RICERCA DI UN LUOGO SICURO”( Monica VALLARIN – ex atleta esercizi di scrittura autonarrativa, novembre 2016)

…Mi specchiavo  solo  in sogno, quell’ estenuante sogno ricorrente che da anni aveva preso corpo dentro di me. Un sogno che aveva bisogno di essere sognato lentamente, inesorabilmente, per potermi condurre in salvo, per permettermi di ritrovare la parte di me che avevo smarrito. Non so bene quando sia successo che ho perso il contatto con quella parte, forse dopo il nuoto o forse durante l’anno californiano… me lo aveva detto anche un professore all’università: dovevo essermi molto spaventata…

Nel sogno ricorrente che faccio ormai da anni, c’è il mio cavallo, fatto a pezzi in un box ma, come può succedere solo nei sogni, ancora vivo e quasi morto di stenti: qualcuno deve averlo abbandonato. La lunga sequenza di episodi onirici ci vede entrambi soli, smarriti, ignari del futuro, trattenuti a forza in un presente surreale devitalizzato ed incombente, a metà strada tra l’espiazione e la condanna.

L’aspetto ossessivamente ricorrente del sogno, crudelmente declinato in minuziose sequenze, e’ connesso al “mettersi in salvo” cercando un luogo sicuro dove andare; nel luogo dell’adesso il rischio è elevatissimo, il cavallo e’ in una situazione di limite, inerme e in balia del volere altrui . Nel luogo del “non ancora” bisogna arrivarci, io e il cavallo: non sappiamo come, non sappiamo dove, non sappiamo se.

Il pericolo è ovunque, per approdare a un luogo sicuro e non farci sopraffare dalla morte dobbiamo correre il rischio. E’ una  minaccia di cui non riusciamo a definire i contorni …non possiamo difenderci  da un nemico invisibile, non possiamo  nasconderci; se rimaniamo inermi siamo perduti. Sono io che ho la responsabilità di questo cavallo, se salvo lui, salvo me .E allora nel tempo trovo il coraggio di spingermi  oltre il limite, decido che vale la pena di liberarlo, di liberarci; da troppo tempo siamo bloccati nel luogo senza vita dell’adesso, vogliamo vivere e trovare un luogo sicuro.

A lungo vaghiamo alla ricerca di un approdo e nelle infinite sfaccettature dei sogni, il cavallo si rigenera diventando via via bello e vitale, il nostro patto implicito e’ ciò che ci orienta, rispondiamo l’uno dell’altra, silenziosamente, in una sorta di reciproca alleanza. Con un procedere per piccoli passi, intervallati da soste temporanee, ci prendiamo finalmente il tempo per scegliere quando e dove possiamo davvero fermarci; ora ci è chiaro: deve essere un luogo che non preveda ulteriori  abbandoni, che ci permetta di stare in prossimità, nutrendo e accudendo la nostra appartenenza reciproca .

Nel luogo sicuro mi è chiaro: me lo sussurra il senso di pace che sento dentro, lo vedo nei riflessi della luce che ci circonda, lo riconosco dall’odore del suo sudore salato: il cavallo sono io e allora mi ritrovo.

 

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NEXT SIXTY

“NEXT SIXTY”( Monica VALLARIN – ex atleta esercizi di scrittura autonarrativa, novembre 2016)

Quattro minuti netti dal suono della sveglia all’uscire di casa, nel buio della notte senza stelle; ho imparato a vestirmi senza accendere la luce, per non disturbare la giovane coppia californiana che mi ospita o forse per illudermi di poter ancora dormire. Sono le 4.05 del mattino: mi infilo il primo costume, il secondo costume, la T-shirt, la tuta, il parka imbottito con cappuccio, le calze e le scarpe da ginnastica. Fuori non c’è anima viva, respiro inconsapevolmente l’odore della notte;  il mio cuore batte, ma la mia mente dorme. Mentre aspetto che vengano a prendermi osservo quel paesaggio surreale fatto di villette residenziali con giardino, mi sembrano un plastico privo di umanità, quasi inabitabile. Nei pochi minuti di viaggio che mi separano dalla piscina non riesco a parlare, dopo che l’atleta incaricata mi ha recuperata sul vecchio maggiolone, mi siedo vicino ad Elena, rubando a quella prossimità di corpi un’illusoria consolazione, mi lascio cullare dal soffio caldo del riscaldamento sapendo che a breve dovremmo affrontare il consueto shock termico: fuori c’è la luna, nuotiamo all’aperto e siamo quasi sempre sottozero.

Tutto sotto controllo, ci ammucchiamo via via in prossimità del cancello che delimita l’impianto stupefacente di MISSION  VIEJO:  è un gioiello vero e proprio, tre piscine perfettamente illuminate sotto il cielo terso della California …quasi un’esperienza estatica. Il privilegio e l’onere di poterlo vivere cinque mattine alla settimana, con una ritualità che sfiora l’ossessione .

Ormai ho imparato a muovermi nello spazio con una precisione chirurgica: so esattamente quale sia il mio posto, illusoriamente integrata in questa squadra di campioni di cui non sento di far parte; non c’è tempo per pensare e non si può parlare, in una sorta di congiura del silenzio, ascolto il fruscio ininterrotto dell’acetato delle tute che scivolano, il sibilo dentato delle cerniere che si abbassano, in una sorta di rito di passaggio reiterato all’infinito, fino a quando i nostri corpi esposti ai raggi della luna si avvicinano in perfetto ordine al bordo vasca. Allineati corsia per corsia, in base a criteri di appartenenza stilistica più che di affinità affettiva, assomigliamo a dei purosangue nei momenti che precedono l’apertura dei cancelletti di gara: pronti ad eseguire allo spasimo quello che ancora non sappiamo di dover fare, soli nella nostra corporeità al servizio della performance. Abbagliati dalla luce che attraversa l’acqua cristallina che sta per accoglierci ascoltiamo il verdetto: Mark S.scandisce il primo lavoro e comincia il count down: “next sixty : every five seconds “; le lancette colorate del grande cronometro girano inesorabilmente: si parte al prossimo 60 ogni cinque secondi. L’unica  cosa che posso fare e’ farmi trovare perfettamente pronta quando toccherà a me, sincronizzata in modo irreversibile con questo meccanismo diabolico.

Da molti anni ormai non devo più presentarmi perfettamente allineata sul bordo vasca, ma spesso il grande cronometro echeggia ancora dentro di me, qualcuno scambia ancora il suo ticchettio per ambizione .

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LA MOTIVAZIONE: CAUSA O EFFETTO ?

alberoNella relazione con l’atleta c’è un’area che bisogna maneggiare con particolare cura, si chiama MOTIVAZIONE: è importante avvicinarla con umiltà e senza pregiudizio, accettando talvolta di poter avere solo un contatto indiretto. Nella fase di analisi della situazione iniziale, l’atleta ci offre infatti il “suo” racconto e la “sua” percezione del momento presente, dei motivi che lo hanno portato alla richiesta d’aiuto e di quelle che sono le criticità o talvolta i problemi che avverte.Il nostro e’ quindi inizialmente un lavoro piuttosto “deduttivo”, che attraverso piccole “riformulazioni”(ripeto con parole mie ciò che ho appena ascoltato) ci permette da un lato, di creare relazione e fiducia con il nostro interlocutore e dall’altro, di “capire che abbiamo capito”, in un processo che vede l’atleta sempre al centro. Quest’ultimo, pur essendo l’esperto del problema (il suo),  talvolta non ne conosce i motivi e non riesce quindi a rispondere a quella semplice domanda che psicologi, allenatori e genitori  non dovrebbero mai fare: “PERCHÉ?”. Chiedere  all’atleta “perché” si senta meno motivato può non essere utile: potrebbe non saperlo, potrebbe sbagliarsi, potrebbe avere ragione da un punto di vista causa-effetto, ma non per questo riuscire a “reagire” gestendo le emozioni che lo bloccano. E’ fondamentale quindi lasciare e lasciarsi il tempo per esplorare alcune variabili fondamentali: il livello di fiducia interna  e l’assetto emotivo attuale, comprendendo “insieme” all’atleta se l’ambiente esterno venga percepito come una “risorsa” o come una “minaccia “. La sfida in questo genere di approccio e’ proprio quella di accreditare, legittimandolo, il vissuto dell’atleta, senza la pretesa di rendere oggettivo quello che invece può essere solo fortemente soggettivo, favorendo così un approccio empatico ed accettante. Solo riuscendo ad avvicinare l’atleta “così com’è”, senza giudizio o pregiudizio avremo la possibilità di sostenerlo, favorendo l’esplorazione di nuovi punti di vista utili alla ripresa. In sintesi ciò che davvero ha l’ultima parola e’la “percezione”del protagonista in riferimento alla propria esperienza sportiva. Una  seconda trappola molto frequente in tema di motivazione e’ il tentativo di “etichettare” le motivazioni in buone e meno buone: pur essendo utile farci un’idea “descrittiva” sulla qualità intrinseca o estrinseca della motivazione attuale dell’atleta, non è utile dare un giudizio di valore; la motivazione infatti è un processo dinamico e nel momento di crisi ci serve qualsiasi “ancoraggio” motivazionale residuo, anche il più esterno, in modo da poterlo utilizzare “insieme” all’atleta come nuovo avamposto per il futuro assetto in divenire. Nella mia esperienza professionale, l’incremento o il calo motivazionale dell’atleta, può essere IMG_0156considerato molto spesso una “conseguenza” di qualcosa che in modo più o meno visibile, immaginato o agito, ha già avuto luogo (per esempio: vissuti di insuccesso, umiliazione, paura di deludere o sentire di aver deluso, timore di sbagliare, obiettivi sentiti come non sostenibili, etc). Provando peraltro a spostare il nostro punto di osservazione, possiamo anche considerare la spinta motivazionale come il punto zero di una nuova curva e quindi, in tal caso, come una causa. Diventa allora più chiaro quanto sia rilevante aiutare l’atleta ad “interagire” in modo efficace con gli aspetti emotivi che successi e insuccessi inevitabilmente producono nella sua interiorità: nello scritto di Carlotta TAGNIN ( ranista della nazionale italiana tra gli anni 70 e 80) emerge il profilo di un’atleta capace di gestire emozioni come RABBIA e DOLORE, connessi ad eventi di vita inaspettati e destabilizzanti, riuscendo a trasformare queste emozioni in energia finalizzata al raggiungimento di obiettivi agonistici prestigiosi e simbolicamente rilevanti da un punto di vista affettivo. Dialogare quindi  in modo “orientato” e flessibile con l’atleta, “facilitando”  la sua capacità di connettere emozioni, convinzioni ed obiettivi, costituisce quindi una STRATEGIA a lungo termine per favorire la sua autonomia e la sua possibilità di sentirsi efficace nei confronti dei futuri traguardi. In quest’ottica naturalmente, la performance e’ una naturale conseguenza.

coronacavallo & cavaliere

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