LAURA H2O

 

Bracciata dopo Bracciata ripercorro a ritroso le mille vasche che mi separano dal mio primo approccio con l’acqua clorata. Dopo una parentesi di vita a Narni e Caserta a metà della prima elementare ritorniamo a Milano, dove i miei avevano comprato una casa che, allora, si trovava all’estrema periferia est della città. Gli ampi spazi periferici hanno permesso la costruzione di un grande condominio con giardino e una piscina di 20 metri, al centro .Nell’estate del 1972 aspettavo tutte le sere mio papà per poter nuotare con lui nella vasca grande. Pezzettino dopo pezzettino imparavo lo stile libero senza respirazione, ma soprattutto lui era lì per me, tutto mio … Premetto che ero una bambina molto gracile, un po’ rachitica e con un accenno di scoliosi per la quale ho dovuto fare qualche lezione di ginnastica correttiva. Nell’estate del 1973 ci trasferiamo a Siracusa.  Mia mamma decide che è giunta l’ora che noi tre frequentiamo una piscina. La CC Ortigia della Cittadella dello Sport fa al caso nostro. Inizialmente ci andavamo a piedi, poi mia mamma, all’età di 37 anni, prese la patente. Dopo 6 mesi ero già in agonistica, con un’allenatrice che mi faceva fare un sacco di braccia delfino, e io piangevo… Un giorno esco dall’acqua disperata, dicendo che non volevo più nuotare: l’allenatrice mi disse “decidi tu, se te ne vai non nuoterai mai più!”. Mia mamma, freddamente, mi disse “deve essere una tua scelta”. Mi tuffai e ripresi a nuotare.Così continuai la mia avventura passando attraverso due allenatori Siracusani Alfredo Moscuzza e Silvio Piazza.  Tutte due molto bravi, caratterialmente diversi: il primo più affettuoso, il secondo più freddo e calcolatore. In Sicilia vennero i primi risultati, mi ricordo quando partii da Siracusa per partecipare alla Coppa Scarioni a Milano!!! I miei idoli erano Novella Calligaris e Marcello Guarducci (con il quale feci la mia prima nazionale). In realtà, inizialmente, nuotavo per uno scopo diverso dai risultati: avevo una nonna con il morbo di Parkinson, costretta a stare sulla sedia a rotelle presso un istituto: il mio obiettivo era farle vedere una mia gara e per questo dovevo andare forte e andare in televisione.Ciò che mi disturbava era quell’orrido costume rosa con il quale dovevo nuotare. All’iscrizione erano stati chiari, occorreva il costume nero, ma mia mamma disse no.  Perciò per un po’ ho fatto il confetto in mezzo alla vasca; finché grazie ai risultati potei ottenere, gratuitamente, tutto l’equipaggiamento della squadra, costume compreso (ce l’ho ancora adesso). Macinavo chilometri, ma essendo molto gracile a volte stavo a casa, d’estate mia mamma era categorica: niente piscina: solo mare! Siccome non poteva accompagnarmi tutti i giorni a nuoto, c’erano anche i mio fratello gemello e mia sorella, facevo 3 km all’andata e altrettanti al ritorno a piedi. Mi ricordo la mia prima gara e le prime due medaglie, le portai il giorno dopo a scuola: peccato che la mia maestra volesse interrogarmi sui verbi ed io avevo passato la domenica in piscina …. Risultato: un brutto voto e pianti a dirotto. Le medaglie la maestra non le vide mai! Finirono i tre anni a Siracusa; fummo trasferite a Napoli. Mio papà cercò una casa in un posto che avesse la piscina: tutti e tre nuotavamo, ma con buoni risultati solo io. In realtà i miei fratelli non è che partecipassero molto alla mia vita agonistica e mai lo fecero in futuro. Approdiamo a S. Giorgio a Cremano allo “Sporting Club S. Giorgio a Cremano”, con allenatori Franco Orlando e Antonio Attanasio. La casa era vicinissima alla piscina, comodo soprattutto perché in quell’anno, di prima media, andavamo due mesi al mattino e due al pomeriggio. Mi ricordo che anche mio fratello nuotava e che alle gare faceva finta di bere ed usciva …Il contratto di mio papà durò solo 10 mesi, così d’estate dovetti tornare a Milano, ero disperata: proprio adesso che ci sarebbero stati i campionati regionali, il trofeo città di Roma per gli esordienti …! Mia mamma mi promise che sarei tornata per le gare. Chiese a Fusco, dirigente della società, se conoscesse un buon allenatore che non mi stressasse troppo, perché la scuola viene prima, e così siamo approdati alla Rari Nantes Legnano con il professor Romano Betti che, inizialmente, non credeva che facessi i tempi che gli avevo comunicato. Quell’estate del 1977 nuotai a Mecenate all’aperto con il miraggio di poter tornare a Napoli per gareggiare: alla fine non se ne fece nulla. Non sto neanche a dire quanto fossi triste, ma avevo 12 anni e poi stavo conoscendo persone nuove nella squadra di Milano. In realtà la squadra non era tutta a Milano, ma una parte a Legnano: questo sarà sempre un problema da un punto di vista logistico. La squadra di Milano aveva quasi solo maschi, mentre quella di Legnano era mista. Questo dettaglio non fu realmente un problema, perché avendo un fratello gemello mi trovavo bene ugualmente. Il prof Betti non stressava molto con allenamenti massacranti: io ero l’atleta “sgobbona”, che tirava tutto, l’incubo di ogni nuotatore … non tagliavo mai. Dal 1977 al 1984 ho vissuto in questa squadra, qui ho fatto tutte le mie tappe più importanti: campionati ragionali, italiani di categoria, Italiani assoluti, le nazionali. Qui sono cresciuta. Nel 1979 mi ricordo che i campionati italiani di categoria furono a settembre a Roma; il mese di agosto dovetti allenarmi da sola al mare con i miei. Partivo tutte le mattine alle 7 da S Stefano al mare (Imperia) per arrivare a Capo nero (dopo aver preso tre pullman) dove c’era una piscina da 50 metri di un condominio che mi ospitava dalle 8 alle 10 tutti i giorni; il pomeriggio nuotavo avanti indietro in mare. Il risultato fu un terzo posto nei 200 stile libero. Sono sempre stata una mezzofondista o una fondista, apertura alare di due metri, pochi muscoli, testa da lavoro: ma il mio allenatore era portato per i velocisti. Così la preparazione non era proprio adatta a me. Un giorno mancava una delfinista per la staffetta e misero me: divenni delfinista, un escalation gara dopo gara fino alla prima nazionale assoluta. Pensare che in allenamento nuotavo pochissimo a delfino ! In acqua mi sentivo benissimo, per me esisteva solo il nuoto, le amicizie del nuoto, la scuola era solo un ambiente dove dovevo apprendere per diventare allenatrice e insegnante di educazione fisica, proprio come il mio allenatore. Le sensazioni che mi davano le gare ed il nuoto le ho analizzate quando divenni più grande. Ero una persona molto emotiva, e questa emotività ha sempre creato non pochi problemi in competizione; soprattutto, ho sempre avuto bisogno di legarmi a delle amiche e questo mi ha creato qualche delusione che esula da questo contesto. In realtà nell’ambiente della nazionale non ho mai legato con moltissime persone, a parte la mia storica amica Carla Lasi con la quale ho sempre diviso la stanza. Sono sempre stata pervasa da un esagerato senso del dovere e questo non mi ha mai permesso di uscire dal coro, tranne in rare occasioni. Forse non mi sono mai sentita veramente un’atleta forte, perché a parte i triangolari sono sempre stata una “staffettara”, con tanto di record italiano, ma la sensazione è sempre stata di essere un gradino sotto gli altri. Inoltre nella nuova squadra non mi trovavo molto bene, non c’era gruppo ed i miei amici dell’adolescenza avevano smesso tutti, ci eravamo persi di vista, così io non ebbi più un riferimento sociale. Nell’acqua ritrovavo me stessa, era ed è un legame a doppio nodo. Non mi sono mai sentita veramente supportata dalla mia famiglia, mio fratello (il mitico gemello) non veniva mai alle gare e mia sorella non perdeva occasione per dirmi che non valevo nulla. I miei erano genitori degli anni 80: prima la scuola, se nuoti è perché vuoi tu, erano attentissimi alla mia salute (sempre cagionevole); mia mamma un anno mi ha accompagnato in piscina alle 6 del mattino perché non avevo la patente. Però solo adesso attraverso le parole orgogliose di mia mamma capisco che, in fondo, lei ci teneva, ma non voleva essere invadente. La mia interpretazione da adolescente fu diversa. Tre grandi eventi negativi mi hanno fatto lasciare il nuoto: la convocazione per gli Europei 1983 per la 4X100 SL, con la promessa che avrei fatto la 4X200 in batteria e quindi una preparazione specifica con i mezzofondisti; la mancata convocazione per Los Angeles 1984 e per le universiadi 1985 (dopo essere stata già selezionata). Andavo forte nel 1983 a Cervinia e ancora di più dopo la discesa al livello del mare, ma non mi diedero la possibilità (dopo tante promesse da parte dello staff e del mio allenatore) di provare. Mi ricordo che il giorno della 4×200 feci una serie da 4×100 SL a 1’15” facendo sempre 1’/1’01”. Volavo! Feci la 4×100 SL con il record italiano, ma io sentivo nelle braccia un 200 da favola. Pazienza, si volta pagina.

Il 1984 era l’anno della maturità, ero nella rosa dei probabili olimpici, tante trasferte e tanta rottura da parte dei genitori ed insegnanti. Chiesi ai miei se potevo fare una pausa di un anno per prepararmi e vedere se fossi riuscita ad andare ai Giochi Olimpici. Risposta negativa, non riuscivo più ad andare 2/3 volte la settimana a Legnano da Milano, perché il mio allenatore era prevalentemente lì. Così mi allenavo 2 volte con lui a Milano e le altre con un sostituto che leggeva l’allenamento: secondo me non era giusto, così chiesi se potevo nuotare con una squadra di Milano, almeno c’era un allenatore! Risposta negativa. I rapporti cominciarono a diventare tesi.  Mancata convocazione ed io decisi che quell’anno non avrei fatto i Campionati Italiani Assoluti (se non sbaglio furono dopo i giochi olimpici) per prepararmi all’ammissione all’ISEF.  Inutile dire che cambiai società: non fu “un parto indolore” come si suol dire. Durai un anno, nel quale frequentavo per 7/8 ore al giorno le lezioni universitarie, obbligatorie, e poi nuotavo. I risultati arrivarono, anche perché con gli insegnamenti ISEF presi maggiore consapevolezza del mio corpo e maggiore coordinazione. Arrivai a giugno con quasi tutti gli esami dati e la doppia selezione agli Europei di Sofia e per le Universiadi di Kobe. Collegiale a Font Romeu a 1800 m, tre allenamenti al giorno, cibo immangiabile, persi 4 kg: inutile dire come arrivai alle gare. Siccome molti andarono male ai quei Campionati, si inventarono un’altra selezione per Kobe ed io rimasi fuori. Questa fu la goccia che fece straripare la mia piscina interiore, BASTA. Era venuto il momento di concentrarmi su un’altra mia passione che mi avrebbe portato a percorrere la mia strada professionale, incrociata a doppio filo con il mio vissuto natatorio. Come dico alle mie figlie e ai miei alunni mi sono sempre sentita un’adolescente privilegiata rispetto agli altri, dai 16 ai 21 anni ho girato l’Italia e il mondo, ho incontrato persone, mi sono confrontata; ho sperimentato vittorie e sconfitte, sapendo elaborare entrambe.Studiai, sperimentai i primi cardio frequenzimetri, feci i saggi di ritmica, partite di pallavolo, pallacanestro, gare di atletica; feci un esame nel quale con un video spiegai l’evoluzione del nuoto a ritmo di musica, finendo con un 100 misti, la polivalenza natatoria assoluta. Mi tolsi anche qualche sassolino perché feci una tesina per l’esame di Nuoto del terzo anno nel quale analizzai il periodo di preparazione di Font Romeu sottolineandone gli errori che portarono al mio fallimento: la consegnai anche all’allenatore che mi seguii in quel periodo.Studiai anche l’aspetto psicologico del nuoto facendo una tesi su tre parole chiave: motivazione, rapporto allenatore/atleta, rapporto atleta/mondo esterno. La tesi era divisa in tre parti: 1. Indagine bibliografica; 2. Questionario sui temi distribuito agli ex nuotatori della nazionale assoluta 1984/85 e ad un gruppo di controllo di atleti a livello regionale; 3. Dai risultati costruii il lavoro di un anno con i miei atleti esordienti fatto non di sola acqua. Inutile dire che mi divertii moltissimo, i miei ex atleti di allora sono sempre nel mio cuore ed io nel loro e quando ci incontriamo è come se non fosse mai passato il tempo. Tesi che coronò la fine dell’ISEF con un 110/110 e lode ed il premio CONI su tre sessioni di laurea nell’anno accademico 1987/88. Vennero gli anni lavorativi, per un po’ rimasi nell’ambiente dividendomi tra scuola e piscina. Il lavoro stagnava, così tentai di cambiare ambiente mandando curriculum come informatore medico scientifico. Lo sport mi aveva fatto maturare, l’ISEF mi aveva forgiato così avevo una personalità particolare con quella mia andatura da atleta, non troppo femminile, con la capacità di arrivare subito al punto e la sincerità della correttezza. Dopo 2 settimane ero assunta! Casa farmaceutica che propagandava un anti-asmatico e un anti-ipertensivo per i medici ospedalieri. Bene, il nuoto veniva in mio aiuto, perché era uno degli sport consigliati agli asmatici: un argomento in più con i medici. In quel periodo scrivevo; scrivevo di nuoto e pallanuoto per la provincia di Milano sulla Gazzetta dello Sport. Intervistai un primario dell’ospedale rieducativo di Montescano su “l’asma indotta dallo sforzo” per la Tecnica del nuoto. Ecco come il nuoto si intreccia con la mia vita, again. Dopo un anno un allenatore di nuoto della provincia di Varese mi propone di gestire per una municipalizzata le piscine di Busto Arsizio: fantastico! Mi licenzio da un lavoro a tempo indeterminato per approdare ad un altro dove dopo un periodo di prova dovevo sostenere un concorso … Pazza, i miei non lo sapranno mai! Ritornavo a respirare cloro, ignara del lavoro d’ufficio che la gestione comporta. Quattro anni intensi, frenetici, che mi hanno fatto vedere un’altra faccia dello sport. Nel frattempo mi sposo, e studio per due concorsi per entrare di ruolo a scuola. Nel 1994 l’immissione in ruolo, devo lasciare la piscina, ho 24 ore per decidere … Mi tuffo nella scuola con l’entusiasmo dato dall’aver coronato un sogno, ma non voglio lasciare il mondo acquatico: incomincio di nuovo ad allenare il settore Propaganda grazie alla Gallarate Nuoto. Venne il periodo nel quale seguii il mio ex marito all’estero e qui il nuoto e lo sport mi sono sempre stati d’aiuto.  In Libia, ad esempio, durante l’embargo riuscii a trovare una palestra dove portavo gli espatriati, rigorosamente divisi in giornate per donne e giornate per uomini. Al Cairo svolgevo lezioni di nuoto; in Cina insegnavo alla scuola italo-inglese educazione fisica. E’ qui che subii un aggressione ad un braccio…; stavo preparando i campionati europei master 1995, volevo concludere in bellezza prima di pensare di avere un figlio. Mi ci vollero due anni per coordinare di nuovo il braccio destro con il sinistro … Non nuotai praticamente più. Vennero i figli, due femmine, il mio obiettivo era che amassero l’acqua, l’agonismo è un fatto personale, dipendeva da loro. In casa non lasciai nulla che potesse influenzarle. Vi fu una lunga parentesi nella quale misi nell’angolo più remoto della mia memoria tutto ciò che poteva collegarmi al nuoto, non vi fu un motivo vero e proprio: successe e basta. L’acqua clorata rimase in un cantuccio fino a quando cominciai a frequentare le piscine per i corsi delle mie figlie: allora mi resi conto quanto mi mancasse l’ambiente. Nel 2009 passai tre mesi a Las Vegas dove trovai lavoro come allenatore, ero soddisfatta, non iniziai mai perché il lavoro del mio ex non proseguì. Tornata a casa, accettai di tornare ad allenare il settore propaganda e così rientrai nell’ambiente natatorio vissuto e non solo in quello da pubblico dei grandi eventi. Il nuoto, sempre, presente nella mia vita.  Angolo del mio io più profondo, nel quale sperimento sensazioni; luogo nel quale trovo soluzioni al mio vivere quotidiano. Per farvi capire, immaginate di tuffarvi in estate in una piscina all’aperto, vuota, e lasciarvi scivolare vedendo la vostra ombra proiettarsi sul fondo mentre voi vi sentite immensi !

by Laura Montalbetti – ex azzurra di NUOTO anni ’80,

insegnante di “ginnastica”e mamma

 

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