“Il manichino”


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Stavo sul bordo vasca vicino ad altri che non erano niente per me, che non mi assomigliavano, non mi appartenevano …a malapena avevo coscienza della loro fisicità: lui invece sedeva lassù in tribuna, in uno dei settori più alti, forse per vedermi meglio o forse per non vedermi affatto.

Ero io ad averglielo chiesto intenzionalmente, dopo tutto erano passati già sei mesi dal mio abbandono agonistico e una parte di me voleva provare a vedere che effetto gli avrebbe fatto assistere ad una prova in cui sua figlia si sarebbe cimentata in qualcosa che non fosse una gara di nuoto. Per non destabilizzarlo troppo avevo voluto credere che il contesto acquatico e un esame pratico per diventare bagnino avrebbero catturato la sua attenzione, creando una sorta di continuità con il tanto amato nuoto.

Le sensazioni fisiche che avvertivo la’ in basso erano solo in parte familiari: riconoscevo l’odore caldo umido del cloro, il lontano eco delle caldaie, il mio respiro progressivamente più ritmato e il mio cuore che si stava occupando di rifornire i miei muscoli: presto avrei dovuto immergermi a 10 m di profondità per recuperare un manichino pieno d’acqua del peso di circa 50 chili e riportarlo in superficie.

Avevo difficoltà a sentirmi comoda in quel costume: era di due taglie più grande dei soliti, avevo dovuto comprarlo apposta perché in quei vecchi non ci stavo più, visti miei otto chili di troppo. Ricoperta da quello strato di grasso che tuttavia non mi apparteneva mi sentivo nuda ed esposta al giudizio altrui; probabilmente avevo valutato troppo superficialmente le conseguenze di una “guardia” così bassa, direbbero nelle arti marziali.

Un po’ come alle gare dove, dove non alzavo mai lo sguardo in tribuna prima del termine della competizione, anche lì evitai accuratamente di guardare verso mio padre: nello spazio di coscienza sapevo che c’era, lo avevo invitato, ma riuscivo come nelle migliori performance, a sospendere ogni ulteriore indagine a tale proposito; in ogni caso ne avremmo parlato dopo la prova, “comme habitude”. Un antico rituale “condiviso”, che percepivo con fiduciosa partecipazione, ignorando di essere profondamente sola in questa “reverie”, scambiandola per una zona di supposta neutralità relazionale.

Quando tocco‘ a me, feci la prova del recupero del manichino in modo deciso ed efficace, prendendo un buon punteggio anche alle prove in acqua che seguirono; sapevo con tutta me stessa che il momento della verità si stava avvicinando: sapevo che qualsiasi cosa mi avesse detto, avrebbe significato molto più delle singole parti. Intuivo che quello che stavo per ricevere sarebbe stata un’immagine reale di come “lui” mi vedeva, in questa terra del “non più” del post agonismo. Fu terribile, lo disse in una sola frase:”mi fai schifo in costume…”; mi sembra di ricordare di non aver avuto la forza di argomentare. 

Tutto finito, chiuso, buio. 

Talmente dolorosamente inaspettato, da produrre nella mia mente e nel mio cuore una sorta di dichiarazione:”jamais plus dans la vie”: dichiaravo a me stessa che non avrei più esposto me e le mie competenze al feroce giudizio di mio padre. Era l’unico potere che potevo riprendermi, data la situazione. 

Il manichino era rigido, pieno d’acqua e giaceva sul fondo: avevo voluto credere che fosse disposto a recuperarmi, ma in quel preciso momento fu chiaro che senza sapere “come”, avrei dovuto occuparmene io stessa.

(Monica Vallarin, ex atleta /scrittura autonarrativa – febbraio 2016)

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