“QUANDO IN GARA L’ ATLETA SPEGNE LA LUCE …”


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“QUANDO IN GARA L’ ATLETA SPEGNE LA LUCE…”

Non c’è niente di più evidente dell’atleta che, in situazioni di gara sensibili, “molla”: fondamentalmente tale meccanismo “semi- consapevole”, si attiva in momenti di svantaggio/testa-a-testa ma anche, inaspettatamente, di vantaggio. Questa triade riassume le possibili circostanze che ogni atleta si trova a GESTIRE in un contesto competitivo. Volendo sintetizzare la potenziale MINACCIA insita nelle varie situazioni di gara, potremmo dire: “se non la gestisci, la subisci”. Spesso gli atleti hanno tra i loro PUNTI DI FORZA una di queste circostanze (vantaggio /testa-a-testa /svantaggio), ma avvertono le altre come difficoltose e temibili. Come possono percepire molto bene gli allenatori, i genitori e gli atleti stessi, “spegnere la luce in gara” appare come una STRATEGIA apparentemente negativa che però può generare, paradossalmente, alcuni VANTAGGI EMOTIVI, seppur di breve respiro. Nell’arco degli anni ho intenzionalmente chiesto agli atleti di analizzare quali fossero invece i VANTAGGI di una simile modalità: le loro risposte hanno spesso evidenziato come, in una sorta di patto segreto tra mente ed emozioni ,”spegnere la luce “sia una radicale PRECAUZIONE  per riprendere una sorta di CONTROLLO  sui rischi emotivi connessi all’incertezza  del risultato o, peggio ancora, all’insuccesso. DISATTIVARSI in situazioni di SVANTAGGIO può evitare di confrontarsi con la variabilità della PRESTAZIONE , uscire dalla situazione di gara PRIMA della fine e’ pur sempre un modo di DIFENDERSI da un potenziale fallimento ;seppur doloroso questo pericoloso AUTOMATISMO , può risultare più sopportabile della CRITICA  che l’atleta stesso o le figure di riferimento  potrebbero comunque fare a gara ultimata (“potevi comunque fare meglio…”eccetera).

È’ talmente EVIDENTE l’uscita di gara dell’atleta, che nessuno potrà affermare che “ci abbia davvero provato”; secondo una logica tipo: “se non gioco, non perdo”, l’atleta tenta di riprendere il CONTROLLO sugli eventi, ma è realtà è proprio in quel preciso momento che finisce per perderlo, alimentando una scia di scarsa EFFICACIA personale e una spirale negativa. Nelle situazioni di VANTAGGIO invece, può essere proprio la PRESUNTA certezza rispetto al risultato (in questo caso positivo) che induce l’atleta a perdere CONNESSIONE con il qui-ed-ora di gara, prefigurandosi in una dimensione temporale più avanzata, con la conseguente perdita di contatto con l’obiettivo che viene considerato ILLUSORIAMENTE raggiunto.Il punto di partenza del lavoro psicologico con gli atleti è proprio costituito dall’identificazione dell’EMOZIONE PREVALENTE, implicata nei momenti sensibili; in quest’ottica le EMOZIONI non sono mai giuste o sbagliate, ma possono e devono essere GESTITE; il compito sarà sarà quindi COSTRUIRE una nuova MAPPA personale di piccoli passi, costruiti ad hoc con l’atleta, per affrontare in modo ATTIVO e ORIENTATO le zone sensibili di gara e le emozioni correlate.L’OBIETTIVO di questo lavoro è AUTONOMIZZARE l’atleta nella personale capacità di GESTIRE assetti di gara variabili e non prevedibili, capaci di stimolare emozioni differenti, affinché possa TRASFORMARE le antiche minacce (svantaggio/testa-a-testa/vantaggio) in altrettante OPZIONI DI RIUSCITA. Nella nuova prospettiva qualsiasi risultato potrà essere considerato il punto zero della nuova curva di APPRENDIMENTO per continuare a migliorare. Uno slogan piuttosto intrigante recita: “non perdo mai, o vinco o imparo”.

(di Monica Vallarin – Psicologa dello Sport ed ex atleta/ 1 Febbraio 2017)

 

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