LETTERA AL MIO UNICO ALLENATORE

Caro Enrico, ti scrivo per ringraziarti dell’insegnamento che mi hai dato: all’inizio mi hai fatto comprendere come l’autorevolezza nella relazione con l’altro, abbia le sue radici nell’autentico intento di dare, di darsi; mi hai fatto capire che il livello di confidenza e di apertura reciproca, tra un adulto e un’ atleta adolescente, debba essere gestito e modulato in una sorta di progressione armonica, ben diversa da un pericoloso meccanismo tutto-o-nulla.
A pensarci bene, abbiamo impiegato più di trent’anni affinché, darti del “tu”, potesse essere un’opportunità e non una minaccia; mi hai insegnato che per credere incondizionatamente in un obiettivo, non si può essere da soli, nemmeno in uno sport spietatamente individuale come il nuoto. Mi hai fatto capire che le aspettative degli altri vanno gestite emozionalmente e non vanno sottoscritti “mandati” agonistici che non condividiamo; mi hai insegnato che ci va tempo per sincronizzare mente ed emozione, proprio come facevamo prima di ogni gara: non era solo ciò che mi dicevi, ma soprattutto “come” me lo dicevi e in quale preciso momento, in una sorta di rituale relazionale in cui finivamo per credere possibile ciò che avevamo preparato negli allenamenti. Io ero l’esecutrice in acqua, ma l’ideazione e la strategia era congiunta e ben ancorata al nostro impegno quotidiano.
Grazie per aver creduto in me a prescindere dai risultati cronometrici del momento, ma la cosa per la quale forse ti devo ringraziare maggiormente e’ di avermi perdonata per essermene andata, per aver cambiato società senza aver avuto il coraggio di condividere con te una scelta, che come sai, è stata conflittuale, anche se agonisticamente generativa; una scelta in cui, nel bene e nel male, ho dovuto imparare a fare senza la tua autorevole umanità, permanentemente, da sempre, con me.
Monica

 

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