MEDITAZIONE SUL DOPING

Ho spesso pensato a quale potesse essere il dialogo interiore di un atleta che fa uso di doping, che cosa si dice o si sussurra nella mente , ma anche che cosa non riesce più a dirsi…

L’emozione che mi pervade provando ad identificarmi con lui  e’simile al dolore , stemperato forse da un’eco lontana di rabbia . In questa estenuante , ma imprescindibile ricerca di “senso”, provo a  pensare che dev’ essere stata la paura di fallire ad aver determinato la scelta del doping, l’estenuante  bisogno di primeggiare , che se non lo gestisci ti snatura e ti aliena da te stesso, come ben sanno molti agonisti ; poi però emerge nella mia mente l’ipotesi, apparentemente meno emotiva, che  all’inizio il movente potrebbe essere stato quello di poter affrontare allenamenti più intensi, carichi di lavoro extra – ordinari , capaci di garantire sproporzionati accumuli di massa muscolare magari pericolosamente sprovvisti di un congruo assetto cognitivo- emotivo .

Aprendo ulteriormente  il ventaglio dei possibili significati mi dico che ,dal punto di vista delle aspettative di risultato, per qualcuno l’uso di doping deve essere sembrato una delle tante risorse disponibili (quelle famose “soluzioni” che  generano il problema , anche quando vinci …),solo forse un po’ più rischiosa, di quelle strategie che non puoi socializzare e che sei probabilmente condannato a tacere ,una sorta di “perturbante segreto”, che  a qualcuno, per il quadriennio olimpico della vita deve essere sembrato congruo ; e poi magari…”jamais plus dans la vie…” , sempre che si riesca . Immagino che una volta fatta ,soprattutto se andata a buon fine dal punto di vista dei risultati,  questa esperienza alimenti convinzioni e credenze personali pericolosamente disfunzionali da un punto di vista agonistico , uno scenario in cui la chimica sostituisce  la fiducia personale e dove la paura, adeguatamente sedata, presta le sue preziose energie a  illusorie e non consolidate spinte competitive di breve respiro .

Mi domando allora quale spazio di pensiero possa ancora esserci nell’abisso in cui ciò che mi appare è l’esclusione dal campo di coscienza dell’atleta della responsabilità verso se stesso prima ancora che verso gli avversari e i fans .

Se guardo l’uso del doping con occhi da ex atleta mi sento impotente e attonita : chi lo fa , chi lo ha fatto e’ uno come noi , ma quando la punta dell’iceberg diventa visibile, sappiamo che è tardi : qualcosa è già successo “dentro” e “fuori” l’atleta e bisogna ricostruire e non attaccare .Se invece tento un avvicinamento da un punto di vista psicologico, avverto dentro di me la responsabilità di potenziare i “fattori protettivi” interni ed esterni all’atleta: sostenendolo nella ciclicità dei risultati ,autonomizzandolo nella capacità di elaborare successi ed insuccessi, favorendo buone prassi interpersonali e buoni dialoghi con le figure importanti , aiutandolo quindi a lavorare sul paradigma impegno-responsabilità e non su quello della colpa , in modo sostenibile e personalizzato. La mia mente però mi sussurra che non basta : fino a quando l’arena agonistica non diventerà un luogo in cui performance ed identità potranno coesistere senza confondersi pericolosamente , l’impegno degli atleti potrà ancora una volta divergere irrimediabilmente e allora avremo perso tutti.

( Monica Vallarin , ex atleta e psicologa dello sport)

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